Natale ai tropici è esattamente come tutti se lo immaginano: inusuale e un po’ irreale. O per lo meno il Natale come siamo arrivati ad intenderlo noi, con le luci e la neve, l’albero, il panettone e la messa di mezzanotte, ormai festa più pagana che religiosa, anche per chi religioso si professa apertamente e il consumismo in questo periodo dovrebbe a malapena tollerarlo. Natale a Pohnpei è un miscuglio di vecchio e nuovo, di giusto e sbagliato, almeno per l’occhio metà stupito e metà disincantato dello straniero arrivato da poco.
Tutto qui è cominciato verso la fine di novembre, quando la Telecom Micronesia ha addobbato la sua sede sulla strada principale di Kolonia, la capitale, per le feste. Ne parlavano un po’ tutti, ma la prima volta che ho visto le decorazioni accese passando in auto mi è uscita un’esclamazione decisamente poco elegante e ho quasi bloccato il traffico: le luci coprivano l’edificio, gli alberi del parcheggio, la recinzione e persino la pensilina in cemento per il bus scolastico che sta di fronte. Tenendo conto che la strada manca di marciapiede e non è proprio via Montenapoleone, questa profusione di addobbi strideva terribilmente con ciò che la circondava. Ma non solo. Il luogo pullulava di babbi natale, slitte, renne, abeti, e fiocchi di neve tanto estranei alla natura di questo posto quanto le mangrovie a Venezia. Ma se la Telecom a Pohnpei è nota per i suoi eccessi decorativi, non è certo l’unica che si fa prendere da smanie natalizie a dir poco sconcertanti.
Le luci qui addobbano la maggior parte dei negozi in città e diverse case nei dintorni – compresa la nostra – e sinceramente è difficile immaginare il Natale senza di esse. Ma è altrettanto difficile capire quale valore la gente del posto possa attribuire a renne e slitte, quando solo un manipolo di essi ha avuto l’opportunità di vedere la neve. Gli abeti finti in vendita nei negozi principali a novanta dollari l’uno poi aiuteranno anche a preservare le preziose foreste scandinave e canadesi, ma non aiutano di certo le finanze di gente che di dollari ne prende in media meno di due all’ora – se un lavoro ce l’ha. Avrebbe molto più senso avere una palma di natale o un banano di natale, ma naturalmente tutto ciò che viene dal ricco nord ha il fascino del prestigio e della modernità a cui pochi sfuggono. E la tradizione dei regali è quella che più ha attecchito.
Per qualche strana ragione ero convinta che in un luogo dove molte famiglie, anche numerose, vivono dei limitati guadagni di una sola persona, i regali a Natale fossero estremamente contenuti. Il primo sentore che la mia fosse una visione del tutto sbagliata l’ho avuto qualche settimana fa, sfogliando il giornale locale che esce due volte al mese. Un annuncio pubblicitario della Bank of FSM (Federated States of Micronesia) che occupava l’intera pagina informava gli abitanti di Pohnpei che i prestiti per gli acquisti di Natale erano disponibili a partire da quella settimana. Da quel momento andare in banca è diventato un incubo. Poiché l’unico bancomat dell’isola è fuori uso da mesi, l’unico modo per avere dei contanti è di recarsi in una delle due banche esistenti. Una, tuttavia, sembra sempre sull’orlo della chiusura e così l’intera isola si affida alla FSM Bank. Che ha una sola sede. Inutile dire che nelle ultime settimane le code in banca raggiungevano il parcheggio. Certo, non è difficile capire come il consumismo natalizio sia giunto fin qui, visti i 40 anni di amministrazione americana e la globalizzazione rampante. Ma non è solo questo. Questa è un società dove tutto, da secoli, è regolato per evitare qualunque tipo di litigio o persino semplice dissapore, ragion per cui i rapporti interpersonali sono regolati da una complessa serie di reciproche cortesie e formalità. Si tratta di una comunità straordinariamente “non-confrontational” – come la definiscono gli americani – dove persino i giudici talvolta si sottraggono all’obbligo di risolvere una disputa per evitare la responsabilità di scontentare una delle parti. L’obbligo del regalo, quindi, come qualunque altro obbligo sociale, una volta stabilito è difficilissimo da evitare. Chiunque frequenti la scuola, ad esempio, a Natale deve fare un regalo ad un compagno. La scelta è determinata da un’estrazione, ma il costo è stabilito in circa 10 dollari. Che non è poco. Se una famiglia come quella della signora che una volta alla settimana fa le pulizie a casa di alcuni nostri amici ha 6 figli – nel suo caso dai 18 ai 6 anni – significa che 60 dollari se ne vanno solo per quello. Ma per lei che lavora solo ad ore presso alcune famiglie, 60 dollari rappresentano una settimana di pulizie. E naturalmente bisogna tenere conto che nella famiglia allargata – che comprende svariate decine, se non centinaia, di persone – vi sono spesso altri bambini i cui genitori non possono permettersi il costo dei regali, e spetta quindi alla persona che porta a casa i soldi a farsene carico. E poiché questo vale per moltissime situazioni simili, un prestito è spesso l’unica alternativa possibile.
Nonostante tutto questo, tuttavia, mi aspettavo che in un posto così profondamente religioso – dove la fede si manifesta esplicitamente e con molta serenità, tutti vanno a messa due volte a settimana e pregano prima di mangiare, ovunque si trovino – il Natale avesse mantenuto molto del suo spirito originario. E forse è così, certo che assistere alla ressa per gli acquisti con code di quasi un’ora alla cassa è stata a dir poco una sorpresa. Naturalmente so della ressa per averne preso parte, il che mi rende altrettanto colpevole. Ma ho una valida giustificazione. I negozi principali hanno tutti fatto una grande svendita pre-natalizia e noi avevamo posticipato per settimane alcuni acquisti, in attesa di un po’ di sconto. Avevamo infatti un bisogno disperato di un paio di grandi ventilatori da soffitto, di un deumidificatore, di un aspiratore per la cucina, di un trapano, di un po’ di pentolame e delle tende avvolgibili per la camera di Sebastian, dove un lenzuolo colorato appeso a due chiodi aveva da mesi questa funzione. Potremmo definirli i nostri regali di Natale, dato che tutti i nostri, a parte uno, si erano persi nei sovraffollati meandri postali americani e non sono arrivati in tempo.
Naturalmente la gente non affolla i negozi solo per acquistare i regali, c’è anche la spesa da fare, anche se i micronesiani non hanno adottato né la tradizione della cena della vigilia, né quella del pranzo di Natale. Loro festeggiano a colazione del 25, dalle 8 alle 10, e poi vanno a messa. Poiché la popolazione locale è equamente divisa tra cattolici e protestanti, e non vi sono altri gruppo religiosi nell’isola, alle 10 del mattino di Natale non c’è praticamente una sola anima che non sia seduta sui banchi di qualche chiesa. E non c’è dubbio che bisogna avere una grande fede per sedere imperterriti per la celebrazione più lunga dell’anno con nello stomaco una colazione a base di maiale, tacchino, pollo fritto, riso, verdure locali, l’immancabile Spam e qualche altro piatto locale, la cui natura merita un racconto a parte. Ma è un sacrificio minimo, perché il resto della giornata i micronesiani lo trascorrono nel modo che preferiscono in assoluto: in famiglia e bevendo enormi quantità di birra. Come in moltissimi altri paesi in cui l’alcol è stato introdotto o legalizzato in tempi relativamente recenti, gli abitanti della Micronesia hanno con gli alcolici un rapporto del tutto squilibrato. In pratica ignorano del tutto il concetto di qualità e spendono gran parte del tempo libero dal lavoro bevendosi buona parte dello stipendio sotto forma di pessime birre. Una delle ragioni è che qui acquistare alcolici è incredibilmente economico, dato che questo è tra i pochissimi paesi al mondo che non tassa gli alcolici. L’alcool è la causa delle rare violazioni della legge a Pohnpei – qualche rissa e qualche caso di guida in stato di ebbrezza al mese – ma in moltissime altre isole l’alcol è totalmente vietato per evitare i problemi che causa alle famiglie e alla società. Pohnpei in questo sembra più tollerante – gli stessi membri del governo non disdegnano certe esuberanze quando capita l’occasione – ma da qualche anno la legge vieta la vendita di alcolici ovunque sull’isola – negozi, bar, alberghi – dal 24 al 26 dicembre, e il 30 dicembre e il 2 gennaio. Negli ultimi anni infatti i festeggiamenti erano giunti a degli eccessi mai visti prima, con risse, incidenti e svariati danni. Naturalmente, l’idea di impedire l’abuso di alcolici semplicemente vietandone la vendita per un paio di giorni sembra piuttosto ridicola, dato che la basterebbe fare un po’ di scorte in anticipo. Ma il Parlamento qui sa con chi ha a che fare. È infatti praticamente impossibile per un micronesiano portare a casa qualcosa – in particolar modo birre – e sperare che resista per più di un giorno senza che qualcuno in famiglia se ne appropri. Poiché qui “famiglia” significa ogni parente fino al 6° o 7° grado e il concetto di “obbligo familiare” implica condividere ogni cosa si possieda, ecco che la legge ha decisamente senso. E funziona. L’unico aspetto negativo è che se vuoi brindare durante le feste devi farlo tra le mura di casa.
Nonostante il nostro interesse per la cultura e le tradizioni locali, tuttavia, né io né Matt abbiamo stomaco per una colazione a base di maiale e Spam seguita da una messa di qualche ora in lingua locale. E così ci siamo attenuti alle nostre tradizioni. Il 25 abbiamo aiutato Sebastian ad aprire i regalini che gli avevamo fatto, abbiamo aperto il nostro – della fantastica attrezzatura da snorkling arrivata il giorno prima dagli Usa – e poi siamo andati a goderci un fantastico pranzo di Natale tra le incantevoli mura del compound dell’Australian Navy. Se abiti a Pohnpei è impossibile non sviluppare un’adorazione per gli australiani – una volta che riesci a capirne l’accento. Di tutti i tentativi fatti dagli inglesi di esportare lingua, cultura e tradizioni britanniche in giro per il mondo, quello con gli australiani è senza dubbio l’esperimento più riuscito. Loro dicono scherzando perché la colonia fu fondata da carcerati invece che da dei Lord, certo è che sono competenti, efficienti, divertenti e rilassati tutto allo stesso tempo. Gli uffici dell’Australian Navy, giù al porto, non sono niente di speciale, ma il luogo dove i tre ufficiali della marina più alti in grado e le loro famiglie vivono sintetizza lo spirito del loro paese alla perfezione. Tre case piuttosto semplici in legno, i parcheggi per le auto sotto, gli alloggi sopra. Se appartenessero alla Marina di un qualunque altro paese, dubito che il luogo avrebbe alcun fascino, ma l’Australia si prende cura dei suoi militari. Paga per il collegio dei figli più grandi in Australia e per le loro visite alla famiglia in Micronesia, fornisce gli ufficiali, le mogli e i pargoli dei biglietti aerei per andare in vacanza, e fornisce loro container speciali di cibo dalla madrepatria. Le case poi – spaziose, luminose e fresche – sono circondate da un magnifico prato, con un campo da tennis, la piscina, un grande gazebo per le feste e una barca per le gite a loro completa disposizione. Questo paradiso – che suona lussuoso ed invece è un piccolo gioiello, semplice ed elegante – ha poi un nome che riassume lo spirito informale di tutti gli australiani, militari compresi: Kangaroo Court, la Corte del Canguro.
Jennifer e Barry – il comandante dall’accento impossibile – avevano organizzato da settimane il pranzo di Natale per tutte e tre le famiglie del compound e per alcuni degli espatriati. Ognuno era arrivato portando qualcosa da mangiare o da bere e io, come da accordi, mi ero dedicata agli stuzzichini con l’aperitivo – mini-pizzette con cipolle rosse caramellate, blue cheese e noci – che, devo dire con un certo orgoglio, sono finite in un battibaleno, e per fortuna perché con tutto il tempo che mi ci era voluto a prepararle avrei probabilmente imboccato la gente di persona se non le avessero mangiate. Avevamo un po’ tutti delle riserve sulla riuscita di un pranzo per ben 27 persone, di cui quasi la metà bambini, ma devo ammettere che è stato un’assoluta delizia. Ognuno ha dato il meglio di sé nel preparare i vari piatti, c’era l’immancabile tacchino con varie salse, pasta, tantissima verdura, e persino un enorme prosciutto cotto al forno che Georgina, la figlia diciannovenne dei padroni di casa, da buon membro della tribù di cacciatori, si era portata dietro nel bagaglio a mano durante il volo dall’Australia qualche giorno prima. Jennifer e Barry, poi, avevano lavorato per giorni per assicurarsi che i bambini potessero muoversi liberamente senza rompere nulla o farsi male, e per fare in modo che tutti noi, abituati a mangiare in piedi o seduti dove capita, in quella che sembra la tradizione tra gli espatriati dell’isola, potessimo goderci un pranzo attorno ad un grande tavolo, con bicchieri, piatti e tovaglioli veri, con nomi segnaposto e abbondanza di posate. I padroni di casa avevano messo me vicino a loro, tra Sebastian e Simon Ellis, il biologo marino inglese che si occupa della produzione di perle nere e che è uno dei personaggi più divertenti e straordinari di questo luogo (qui tutti si menzionano solo per nome, ma Simon è sempre e solo Simon Ellis, anche se è decisamente l’unico Simon che ci sia), mentre Matt, all’altra estremità del lungo tavolo, era seduto tra la figlia di un suo collega e Corinne, l’ambasciatrice dell’Australia in Micronesia.
Con la conversazione che lungo tutto il tavolo sembrava non conoscere pause né momenti di noia tutti erano rimasti seduti per ore, riempiendosi più volte il piatto dei vari dolci e godendosi l’atmosfera, mentre i bambini giocavano nel prato e Sebastian tentava disperatamente di distruggere l’albero di Natale. Dal tavolo eravamo poi passati alla grande veranda sul fronte della casa, sprofondando nei divani portati fuori per fare posto al grande tavolo, continuando a chiacchierare. Sebastian intanto si godeva le coccole di tutti, adulti e bambini, ma nel tardo pomeriggio la mancanza del riposino pomeridiano si era fatta sentire, e avevamo deciso di tornare a casa. Ma proprio mentre stavamo salutando una delle bimbe era uscita per dirci che Sebastian si era addormentato in braccio ad Elisabeth, la figlia dodicenne dei padroni di casa. Quando ero andata a controllare lo avevo trovato su un grande cuscino nel pavimento del salotto, abbracciato al suo inseparabile Rino e con una copertina bianca a proteggerlo dall’aria condizionata. A pochi passi, Lindsey, la bimba di due mesi di uno degli ufficiali – l’ultima di 5 – dormiva beata sulla sua cesta. Tutto intorno una decina di altri bambini giocava saltando e ridendo, ma i due piccoli dormivano imperterriti, nonostante il frastuono. E così avevamo rimesso a terra le borse e ci eravamo seduti di nuovo, godendoci il tramonto, la gente e le chiacchiere di questo Natale ai tropici. Inusuale e un po’ irreale.
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