Abbiamo letto tutti, negli anni di scuola o in qualche numero di National Geographic, delle rare tribù di cacciatori rimaste sulla terra. Sopravvissuti alle colonizzazioni e allo sviluppo, questi piccoli gruppi si muovono agili nel territorio alla ricerca di cibo, utilizzando tecniche collaudate da generazioni, lavorando in team e dividendo il prodotto della caccia. Tribù affascinanti, ma inevitabilmente destinate a sparire. O almeno così avevo sempre pensato.
Finché non sono finita a far parte di una di loro.
Non è stata una scelta voluta, naturalmente. È stato l’arrivo a Pohnpei a catapultarci all’interno di questo gruppo e a condividerne usi e costumi. Suona avventuroso, ma sfortunatamente questa tribù manca del fascino che caratterizza le sue simili, avendo ben poco a che fare con le incantevoli tradizioni degli abitanti di queste isole. Perché i cacciatori in questione non sono abili e scaltri micronesiani che si muovono felini nella foresta. No, questa è una tribù di pallidi componenti spesso fuori forma che setacciano il territorio con tecniche raffinatissime, muovendosi quasi esclusivamente in auto e comunicando con le più moderne tecnologie: la tribù degli espatriati. Il loro scopo: trovare cibo decente.
Sapevamo ben prima di arrivare che a Pohnpei il cibo avrebbe potuto essere un problema. Non la scarsità, naturalmente. Solo la varietà. La presenza sull’isola di un certo numero di stranieri, tuttavia, mi rendeva fiduciosa; poiché le logiche di mercato tendono ad essere le stesse ovunque, se c’èra domanda, sicuramente l’offerta si sarebbe adattata. In fondo gli americani avevano amministrato questi territori per quarant’anni, qualche stralcio di capitalismo dovevano pur averlo inculcato. Ma era, lo capimmo appena arrivati, una visione un po’ troppo ottimistica.
La natura ha donato a queste terre calde, umide e isolate un’enorme varietà di piante – la sola Pohnpei ne ha quasi 700 diverse specie, di cui circa 120 introvabili altrove – ma ha compensato la sua generosità con grossi limiti. Prima di tutto non ci sono prati o pascoli. Il che significa niente vacche né pecore. Quindi niente latte fresco, niente formaggi, niente carne bovina. Poi praticamente niente verdure; il terreno è inadatto e le piogge troppo abbondanti. Quindi niente pomodori, niente zucchine, o funghi, carciofi, broccoli, peperoni, sedano e così via. E niente insalata. Di nessun tipo. Niente frutta che non sia autoctona. E anche questa con una certa difficoltà. Nonostante il clima rimanga praticamente immutato tutto l’anno, infatti, molti dei frutti sono stagionali. Se cocco e banane si trovano in ogni giardino ad ogni momento (ma bisogna trovare il modo di andarseli a prendere), mango e papaie sono purtroppo disponibili solo per un breve periodo all’anno. E lo stesso vale per i breadfruits, i frutti dell’albero del pane indistinguibili dalle patate dolci se non per il fatto che crescono sugli alberi e non sotto terra.
Naturalmente, poiché la gente del posto è sopravvissuta per millenni con le risorse disponibili, non c’è ragione apparente affinché noi viziati espatriati non si possa fare lo stesso. A nostra comune difesa devo dire che è meno facile di quanto sembri. Prima di tutto, ogni famiglia qui, anche la più malandata, possiede immancabilmente tre beni di notevole importanza: terra, polli e maiali. Seguendo una logica che dal punto di vista di ogni pohnpeiano non fa una piega, poiché tutti i prodotti derivati dai tre beni sono disponibili a casa propria, non vi è ragione alcuna per venderli nei negozi. Nessuno pare aver notato che tutti coloro che non sono originari dell’isola, e siamo centinaia, non solo non possiedono terra – è contro la legge – e mancano dell’agilità necessaria per arrampicarsi sulle palme, ma sembrano particolarmente riluttanti ad allevare polli e maiali nel terrazzo di casa. L’inevitabile conseguenza è che, nonostante sia impossibile percorre più di cinquanta metri ovunque senza incappare in intere famiglie di polli, i supermercati vendono solo loro simili surgelati provenienti dall’Australia e giunti qui dopo un mese di viaggio via cargo. E lo stesso vale per tutti i prodotti freschi. Lo scorso mese ad un certo punto era diventato impossibile trovare uova. No eggs on the island, commentavano rassegnati un po’ tutti. Come niente uova, borbottavo io, con tutte ste’ galline. Eppure non c’è stato niente da fare, per una settimana, finché la nave dall’Australia non è arrivata con il suo bel carico, niente uova. E non è la prima volta. La moglie di un collega di Matt mi raccontava che l’anno scorso al supermercato era in fila alla cassa dietro al Capo di Stato della Micronesia – il quale essendo da un’altra isola sta in affitto pure lui – che chiedeva preoccupato ad una laconica cassiera come fare, dato che sua moglie lo aveva mandato a comperare una dozzina di uova di cui aveva assolutamente bisogno. Vi è una certa soddisfazione, lo ammetto, nel sapere che il Presidente sacramenta come te – e per le tue stesse ragioni – quando va a fare la spesa. Certo, sarebbe meglio se il Presidente riuscisse a convincere i suoi compatrioti che fornire i negozi di uova locali, invece di importarle, creerebbe posti di lavoro, reddito e, soprattutto, siamo onesti, farebbe immensamente felici centinaia di espatriati. Ma pare che sia una causa praticamente persa.
Ciò che vale per carne e uova vale naturalmente anche per le verdure. Se patate, carote e cipolle in qualche modo si riescono quasi sempre a reperire, per ogni altra cosa siamo tutti dipendenti dalle navi. Ed è qui che le tecniche di caccia si fanno raffinate. Tempestività è la parola chiave. Perché se si perde l’occasione giusta si rischia di dover attendere la battuta di caccia successiva. Il che significa settimane di attesa. La prima cosa da fare è scoprire quando le navi attraccano, un compito al quale il gruppo di espatriati-cacciatori lavora compatto e solidale. Poiché gli arrivi non sono mai regolari e, soprattutto, sono soggetti ad imprevedibili ritardi per le ragioni più varie – maltempo, guasti, problemi doganali in altre isole – chiedere giù al porto è una perdita di tempo. I micronesiani sono privi delle ansie che torturano tutti noi. La cosa migliore è tartassare senza darlo a vedere gli ufficiali della marina australiana che pattugliano l’arcipelago per evitare la pesca di frodo, anche se pure loro sanno delle navi solo quando queste entrano le acque territoriali. Nel mio caso la cosa non è nemmeno particolarmente difficile, io e Jennifer, la moglie dell’ufficiale più alto in grado, condividiamo la passione per la cucina e siamo diventate amiche. Il problema è che Barry, suo marito, parla con l’accento più ostico che mi sia capitato d’incontrare. In due mesi non sono riuscita a capire una sola parola di quello che dice. Potrebbe parlare nepalese per quanto ne so io. La prima volta sono rimasta a guardarlo come un’idiota per dieci minuti mentre mi raccontava cosa faceva quaggiù, e poi ho dovuto chiederlo a Matt. Qualche sera fa alla festa d’addio di una collega di Matt in partenza per gli Stati Uniti ho avuto la malaugurata idea di chiedergli come stava dopo che aveva portato da bere a me e a sua moglie. Niente. Non ho capito assolutamente niente. Inutile dire che lo evito come la peste e la sola idea di domandargli delle navi mi terrorizza.
Fortunatamente posso sempre contare sul resto della tribù, e in qualche modo, anche se spesso con approssimazione, le informazioni girano. Le navi dovrebbero arrivano in media ogni tre settimane, ma è meglio non farsi troppe illusioni. L’anno scorso non ne è arrivata nessuna per quasi due mesi, e le storie di creatività raggiunta per mettere insieme un pasto decente con cibi in scatola di pessima qualità fanno ormai parte della storia della tribù degli espatriati. Non che l’arrivo di una nave significhi automaticamente un miglioramento della dieta quotidiana, comunque. Dopo un mese nella stiva le verdure hanno spesso l’aspetto di aver sofferto il mal di mare per buona parte del viaggio. Pallide, molli, spesso ammaccate, negli scaffali di un nostro qualunque supermercato verrebbero irrimediabilmente trascurate. Ma non qui. No, qui queste parenti povere delle nostre primizie dell’orto scatenano una corsa all’oro senza paragoni. I cacciatori danno il meglio di sé non appena l’agognato cibo raggiunge il suolo di Pohnpei: pochi minuti dopo essere stato avvistato – ancora prima di essere esposto nei negozi, spesso mentre viene scaricato in porto – viene repentinamente circondato con una manovra ormai consolidata. I telefoni cominciano a squillare, la voce si sparge – spesso si ricevono cinque o sei telefonate da persone diverse in pochi minuti – e la tribù di cacciatori si mette in moto. Tempo al massimo dieci minuti e i negozi sono presi d’assalto. Tempo un paio d’ore e ogni cosa decente è introvabile sugli scaffali. E la soddisfazione dura per giorni. La gente non parla d’altro; si confrontano gli acquisti, ci si gongola nella soddisfazione di aver agguantato l’ultimo pezzo di brie, ci si concedono piatti sognati per settimane, si passano serate intere a cucinare e congelare, perché la roba arriva già sofferente, non si vuole certo lasciarla lì a guastarsi ancora di più.
Ma, inevitabilmente, dopo una settimana siamo daccapo.
È incredibile quanto velocemente un frigorifero si svuoti dei prodotti freschi. E non chiedetemi perché i negozi non ordinino più roba o perché la navi non vengano più spesso dato che tutto viene acquistato in un battibaleno. Il fatto è che bisogna ripiegare suo prodotti confezionati, che si trovano naturalmente un po’ dappertutto. Ma anche qui le cose non sono mai semplici. Prima di tutto, i micronesiani, un po’ come tutti gli abitanti delle isole del Pacifico, negli ultimi decenni hanno introdotto cibi occidentali nella loro dieta, con effetti disastrosi. Con grande meraviglia di tutti, e per ragioni che sono tuttora oscure, qui come a Tonga, nelle Salomon, nelle Marshall e ancora più a sud, intere popolazioni hanno sviluppato un insaziabile appetito per quella specie di carne in scatola chiamata Spam che gli americani usavano in tempo di guerra. Si nutrono praticamente solo di questa e al di là del fatto che l’obesità ha raggiunto livelli epidemici, vi è poco spazio e nessun interesse per cibi che non siano Spam-o-suoi-simili. E gli stranieri, tutti, anche i più adattabili, anche quelli cresciuti a McDonald’s, mostrano una notevole ma comprensibile riluttanza anche solo ad avvicinarsi a tale cibo.
Secondo, ogni negozio, per quanto piccolo, vende una serie sconcertante di prodotti diversi, solitamente cibo, vestiti, scarpe, mobili e giocattoli l’uno di fianco all’altro in pochi metri quadri. Le marche, tuttavia, sono diverse da posto a posto. Conosco gente che sa in ogni momento dove trovare la marca migliore di ogni singolo prodotto o ingrediente sull’intera isola. Si tratta di un lavoro certosino, da navigato detective, perché l’aspetto dei negozi, spesso fatiscenti, semivuoti o seminascosti, trae in inganno. Inutile dire che io sono assolutamente una frana. Fare shopping non è mai stata una delle mie passioni e ogni volta che mi serve qualcosa di specifico finisco nella stessa trappola: vado da negozio a negozio, non trovo quello che mi serve, cerco di pensare a qualcosa di diverso da preparare, non mi viene in mente niente, salgo in auto e torno a casa. La cosa positiva è che di solito trovo un sacco di altre cose che cercavo settimane prima, ma non c’è volta che dopo averle acquistate mi rimanga in mente dove. Gli altri membri della tribù, invece, sembrano sempre avere ben chiaro in mente in quali negozi: A) la possibilità di trovare un certo prodotto è considerevolmente alta, B) la presenza del prodotto segue logiche del tutto casuali, quindi bisogna controllare, C) il prodotto c’è, ma lo tengono in magazzino (?!?) e bisogna specificatamente richiederlo. L’altro giorno ad una cena ho chiesto senza troppa convinzione se fosse possibile comprare albicocche secche da qualche parte e in tre mi hanno risposto all’unisono che da Ace Office Supply certe volte è possibile trovarle. Ora, due domande sorgono spontanee. Primo, com’è che un posto che vende roba da ufficio ha la metà della roba di cui un ufficio ha veramente bisogno ma spreca mezzo corridoio per caramelle, dolci e frutta secca?? Secondo, come diavolo questi tre sapevano immediatamente dove trovare una cosa così inusuale come le albicocche secche? Io sono costretta a tenere liste di dove trovare cosa e sembro essere sempre l’ultima a conoscenza anche delle cose più ovvie. Certo, è anche vero che talvolta faccio scoperte insperate. Mi commuovo ancora al ricordo del giorno che, nell’unico scalcinato supermercato che vende la marca di pannolini che uso per Sebastian, in uno scaffale semivuoto mi sono improvvisamente trovata davanti ad otto perfette, bellissime confezioni di spaghetti e linguine Barilla. Non ho la più pallida idea di come siano finite laggiù e mi sono rifiutata di investigare. La speranza, infatti, è di poter un giorno entrare di nuovo a comprare dei pannolini e uscire con otto pacchi di pasta sotto il braccio e un sorriso da orecchio a orecchio.
Frustrata dai cibi confezionati, nei lunghi giorni in attesa della nave successiva la tribù degli espatriati scaccia i cattivi pensieri facendo essenzialmente due cose: mangiando fuori quando può (per evitare la depressione da cucina priva di cibi freschi, non certo per la varietà delle vivande) e cerca ogni mezzo alternativo per procurarsi il cibo. Alcuni ordinano via internet o chiedono a familiari volenterosi ma perplessi (che probabilmente pensano che loro cari abbiano sviluppato un qualche disordine alimentare, cosa potrebbe altrimenti essere quest’ossessione per il cibo?) di comperare, impacchettare e spedire. Purtroppo i tempi di consegna sono biblici – minimo 6-8 settimane – a meno di non spendere una fortuna per la posta aerea. No, il modo migliore è quello di prendere il telefono e convincere qualche conoscente a spendere i duemila euro del volo e venire in Micronesia – la cosa, apparentemente, è meno difficile di quanto sembri se si citano fianco a fianco nostalgia di casa, atolli, barriere coralline, pensieri suicidi e acqua cristallina, magari piazzando qualche lacrima qua e là – ma NON senza un frigo da campeggio, i cosiddetti coolers, pieno di formaggi e carne. Purtroppo niente verdura, perché verrebbe immediatamente sequestrata alla dogana. Ricordo che quando siamo arrivati all’aeroporto in ottobre eravamo gli unici con le valigie. Tutti gli altri – locali e stranieri – trasportavano enormi coolers sigillati con nastro adesivo e niente altro. In questo luogo si sta, senza dubbio, consumando la mia rivincita. Finalmente, dopo anni di viaggi in uno stile da emigrante di fine Ottocento, con le valigie stracolme di prosciutti, mozzarelle di bufala, pomodorini dell’orto e dolci, mentre i miei vicini di volo guardavano con un certo disgusto i miei tentativi di sollevare il bagaglio a mano – che in teoria doveva pesare 5 kg, ma che in realtà superava i 30 – nello scompartimento sopra i sedili, mi ritrovo tra i miei simili. Solo non avrei mai immaginato che sarebbe stata una tribù di cacciatori.
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2 commenti:
Ma guarda un po' te. niente uova e pensare che la carbonara che mi sono fatto ieri sera era veramente buona :)) Hei vogliamo vedere più foto... bambino compreso.
Ciao ciao
Ale
Naturalmente ora, passata la crisi, sembra che non ci siano che uova nei negozi. Quello che manca per la carbonara è la pancetta!!!
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