I funerali in Micronesia contano più di qualunque altra cerimonia (matrimoni inclusi) e determinano la cadenza lavorativa più di qualunque orario. Quando uno annuncia che deve andare ad un funerale, beh, la giornata è pressochè finita. Anche se sono le 8 del mattino. I funerali cominciano nel momento in lo sfortunato muore e durano ininterrottamente per tre giorni. Se uno muore alle 2 del mattino – come è successo al capo della polizia mio vicino di casa – tempo mezz’ora e l’intero quartiere è alla porta di casa. Compresi bambini, invalidi, anziani e neonati. Ogni famiglia porta del cibo, la quantità strettamente determinata dal grado di parentela o amicizia. Si va da un pollo o un sacchetto da 10 kg di riso a un maiale intero, animale praticamente sacro da queste parti. Le eccezioni non sono previste, pena la vergogna pubblica. Il cibo viene consegnato alla famiglia del defunto e i parenti iniziano a cucinare, mentre i visitatori siedono in giardino, pronti a tenere compagnia alla famiglia e a mangiare per i tre giorni successivi. Ogni grammo commestibile viene preparato e dato ai partecipanti, i quali riempiono i piatti fino all’inverosimile e li spediscono a casa propria, ligi alle ferree regole di ridistribuzione dei beni vigenti sulle isole. È chiaro che un paio di matrimoni in famiglia (intesa quella allargata) possono mandare sul lastrico anche chi di solito non ha grossi problemi di soldi, come è successo al mio capo l’anno scorso. Tre funerali nella famiglia della moglie – il clan più prestigioso dell’isola – e il pover’uomo, che ha uno degli stipendi più alti del paese, ha finito tutti i maiali di casa. Per l’ultimo funerale ha dovuto acquistarne tre. Costo di un maiale adulto e ben pasciuto: circa 2000 dollari.
I miei compagni di viaggio oggi vengono quasi tutti dalle Hawaii – famiglie di micronesiani residenti all’estero – e considerato che il viaggio costa circa 2200 dollari a persona, mi vien da pensare che l’inverosimile numero di passeggeri vestiti di nero significhi quasi la bancarotta. Ma l’estremo saluto non ammette considerazioni terrene di valore monetario. All’aeroporto di Chuuk, dove facciamo scalo, una sorta di plotone in abiti civili – naturalmente neri – attende l’aereo. I miei compagni di volo scendono portandosi dietro la maggior parte dei fiori e io guardo per l’ennesima volta dal finestrino dell’aereo la cerimonia che accoglie il defunto sotto il cocente sole tropicale. Sei persone scaricano la bara, che per ovvie ragioni di trasporto, si trova all’interno di un’enorme scatola di cartone. Su entrambi i lati una scritta blu a caratteri cubitali avvisa di “Maneggiare con estrema cura”. Tempo un paio d’ore e la bara sarà sepolta nel giardino di famiglia. In queste terre dove i legami di sangue contano più di ogni altra cosa, i cimiteri suonano come un’eresia e sulle tombe ci si siede, si mangia e, perchè no, ci si stendono i panni.

Una tomba a Pohnpei con i panni stesi ad asciugare al riparo dalla pioggia.

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