Una delle cose che sempre mi sorprende del viver in luoghi diversi è come le vite di persone altrimenti lontanissime tra loro si intersechino e in qualche modo si attorciglino tra loro per periodi più o meno lunghi, per poi separarsi all’improvviso e prendere di nuovo strade completamente diverse, quasi sempre per non intersecarsi mai più.
Nell’ultimo mese la mia vita si è stranamente intersecata con quella di 8 ufficiali della Polizia Federale che lavorano con la Marina Australiana al pattugliamento delle immense acque territoriali di questo paese. La pescosità di questi mari è per i pescherecci di paesi come la Cina, il Giappone e le Filippine quello che i diamanti sono per un ladro di gioielli. Irresistibili. Prevenire la pesca di frodo è un quindi un imperativo. Per tutelare l’ambiente – se così non fosse credo resterebbero solo le conchiglie – e soprattutto per le casse dello stato. La principale fonte di reddito di questo paese sono infatti i suoi mari, e in particolare le costose licenze di pesca ambite da mezzo mondo.
Il compito di sorvegliare le acque spetta alla Polizia Federale, che lo può fare grazie alle tre navi donate nell’ultimo decennio dal governo australiano. I tre ufficiali che vivono a Kangaroo Court – dove abbiamo passato il natale – sono qui proprio per aiutare la Polizia in questo compito. Ma si occupano anche di questioni tecniche – due di loro sono ingegneri – e della formazione del personale. Quest’ultima avviene in Australia, all’International Training Center della Difesa, e gli ufficiali di polizia micronesiani vengono mandati laggiù per periodi più o meno lunghi. Molti di loro ci sono stati già quattro o cinque volte. Ma l’anno scorso la Difesa ha improvvisamente deciso che offrire training a persone dai più svariati paesi il cui inglese è spesso a dir poco rudimentale può rivelarsi un’inutile perdita di tempo, e così ha istituito un test di accesso.
La sera della Festa del Ringraziamento, a fine novembre, ero stata avvicinata da Bob, uno degli ufficiali australiani (che a quel tempo non avevo mai incontrato), che mi aveva chiesto se ero interessata a preparare gli studenti al test di accesso. Qualcuno gli aveva parlato di me. Gli avevo fatto presente che l’inglese non era proprio la mia lingua madre e che l’isola pullula di americani, ma mi aveva risposto che io avevo le qualifiche necessarie. Non dovevo infatti insegnare la lingua, dato che gli ufficiali micronesiani parlano tutti inglese. Dovevo aiutarli a capire il test e soprattutto a capire l’accento australiano. Quando mi ha detto questo mi sono quasi cappottata. Io, che capisco un quinto di quello che gli australiani dicono, dovevo aiutare altri a capirli! La vita talvolta ha un senso dell’umorismo del tutto particolare. Ma dopo parecchia indecisione avevo accettato. O meglio, Matt mi aveva convinto. Con la sua solita logica mi aveva fatto notare che poiché il test di per sé è come il TOEFL – il test che gli stranieri devono fare per poter studiare negli Stati Uniti e che io avevo fatto nel 2001 per il mio Master – e nessuno meglio di me quaggiù sapeva come il test funziona e come va preparato.
Agli inizi di gennaio mi ero così ritrovata attorno al grande tavolo di una sala riunioni con 8 ufficiali di polizia, una valanga di dizionari, cassette, video ed centinaia di fotocopie per la simulazione del test. Il timore di non essere all’altezza era svanito quasi subito, grazie soprattutto alla gentilezza dei miei studenti, i quali parevano apprezzare ogni mio sforzo. Ho passato con loro 5 ore al giorno, 5 giorni a settimana per 4 settimane, durante le quali li ho fatti lavorare come non avevano mai fatto, per lo meno da studenti. Ho sempre detestato gli insegnanti che salgono in cattedra e parlano, parlano, parlano e tu sei li che ascolti e dopo un po’ caschi dal sonno. E così questi poveri ufficiali abituati alle scuole micronesiane – in cui la regola è stare zitti, non pensare, ripetere a richiesta e non fare domande inutili – si sono ritrovati a fare giochi di ruolo, analizzare articoli di giornale, simulare incontri diplomatici e persino a fare una partita a Taboo (per migliorare il vocabolario, mica per divertimento, anche se ci siamo rotolati sul pavimento dalle risate). Era stata una soddisfazione, lo ammetto, udire uno di loro esclamare “God, I love this class!” all’inizio della seconda settimana.
E devo dire che io ho imparato almeno quanto loro. I temi scritti mi hanno infatti dato l’opportunità di soddisfare la mia curiosità sulle loro vite, il loro passato, e le tradizioni delle loro comunità. Ogni studente viene da un’isola diversa, alcune sono lontane migliaia di chilometri da Pohnpei e hanno lingue, storia e tradizioni diversissime. Jim ad esempio viene dallo stato di Yap – notoriamente il più attaccato alle tradizioni. Nella sua isola, dal fantastico nome di Falolai Woleap, le donne vanno tutte topless, le case sono capanne completamente aperte costruite lungo una laguna incontaminata, e tutto ciò che è occidentale è bandito per decisione degli abitanti. Quando Jim va a visitare i suoi si spoglia dei suoi abiti, indossa un lavalava – un pezzo di tessuto fatto di fibre di ibiscus o banana che si lega in vita e arriva fino alle ginocchia – e non può nemmeno portare gli occhiali da sole, lui che gira sempre in pantaloni mimetici e ray ban. I loro temi mi hanno rivelato la profonda nostalgia per uno stile di vita semplice ma ricco di affetti, il legame indissolubile con tutta la famiglia e la comunità, una serie di regole e tradizioni che su isole sperdute acquistano immediatamente senso, e l’ossessione comune per il rispetto reciproco, citato ripetutamente in ogni tema e unanimemente considerato il principale pregio di ogni individuo.
I giorni erano passati veloci e l’ultima settimana era arrivata quasi all’improvviso. Lunedì mattina ero arrivata alla sede della marina in anticipo, con la solita pila di libri sotto il braccio e pronta a fare decine di fotocopie, ma Bob non mi aveva dato nemmeno il tempo di chiudere la porta. “Brutte notizie” aveva detto. Lo avevo guardato con un mezzo sorriso, perché due settimane prima Steve, il suo collega, mi aveva accolta con la stessa frase prima di annunciarmi che i soldi per pagare il mio stipendio per qualche strana ragione non erano disponibili. Lo avevo guardato con un’espressione che diceva più o meno che la cosa non mi riguardava e se i soldi non c’erano li avrebbe tirati fuori lui, e Steve si era subito corretto dicendo che non avevo di che preoccuparmi, i soldi sarebbero saltati fuori. E così era stato.
Ma Bob non aveva notizie di questo genere. Nel solito stile militare che manca totalmente di diplomazia aveva annunciato: “Sabato Hermes si è suicidato”. Confesso di averci messo un po’ a registrare la notizia. Hermes? Come Hermes? Hermes il mio ufficiale, quello che mi aiutava sempre con i libri e che aveva detto di amare la classe? Quello che tre giorni prima aveva scritto un tema sulle sue responsabilità professionali e aveva finito per parlare dei suoi tanti sogni per il futuro? Quello che voleva esercizi sempre più difficili ed esultava per ogni risposta esatta? Quello che arrivava sempre in anticipo? Come Hermes?
Ma Bob parlava proprio di lui. Sabato Hermes era ad una festa di compleanno all’aperto quando il cellulare era suonato e lui si era allontanato per parlare. Dopo un’ora, non vedendolo tornare erano andati a cercarlo, e lo avevano trovato impiccato ad un albero, non lontano dal resto del gruppo. Il capo della polizia mi ha poi detto che il suo cellulare riportava due telefonate a sua moglie in quel lasso di tempo. I due erano sposati da poco – lui non aveva che 25 anni, era il più giovane del mio gruppo fatto per la maggioranza di quarantenni – e lei si trovava da un paio di settimane alle isole Fiji per un training. Qualcosa è successo tra loro, dice la polizia. Eppure non riesco a pensare a cosa possa averlo sconvolto così tanto da togliersi la vita pochi minuti dopo una telefonata. Lo so, ogni volta che qualcuno si suicida tutti dicono che è impossibile, che non c’è ragione. Ma io leggevo ogni giorno quello che lui scriveva e non c’è niente nei suoi scritti, proprio niente, che indichi una qualunque preoccupazione. Si può mentire con la voce, ma non con gli scritti. O almeno così avevo sempre pensato.
Eppure la polizia ha aperto un’inchiesta. Voci hanno cominciato a circolare – c’era sangue, chi lo ha portato all’ospedale lo ha lasciato lì ed è sparito – ma è difficile pensare ad un omicidio, non solo perché qui sono rarissimi, ma perché è difficile ammazzare un ufficiale di polizia a pochi passi da un gruppo di amici e pure impiccarlo. È stato quasi sicuramente un suicidio, e se così non è non vi sono comunque le prove. La polizia qui non ha gli strumenti necessari a trovarle. Dubito anche che i medici sull’isola siano in grado di fare un’autopsia seria.
In qualche modo quel lunedì sono andata in classe e ho fatto cinque ore di lezione. Non ho molti ricordi di quella mattina, se non che ogni cosa era incredibilmente difficile, persino assegnare gli esercizi. Ad un certo punto ho chiamato un altro studente con il suo nome. Per un paio di giorni ho persino continuato a fare lo stesso numero di fotocopie, come se non mi rendessi conto che c’era uno studente di meno. Il resto della classe non ha parlato di lui, né di cosa è successo. La morte è una cosa complessa da queste parti. E l’ambiente militare non aiuta di certo ad esprimere certe emozioni. Il che in fondo è meglio, non avrei proprio saputo come gestire un pubblica manifestazione di disperazione. E così la classe ha continuato il suo lavoro e venerdì i miei 7 studenti hanno fatto il test. È andato bene, loro sono arrivati con dei regali per me – forse in cambio di tutti i biscotti che avevo distribuito durante i temi – io ho fatto un paio di foto e ho augurato loro in bocca al lupo. Sabato quattro di loro sono partiti con una delle navi e quindici altri ufficiali, per riportare il corpo di Hermes alla sua famiglia per il funerale, sulla sua isola nello stato di Yap. Un viaggio di giorni per tornare sull’isola che lui aveva scritto essere il luogo più bello del mondo. Forse spiagge incontaminate e acque turchesi non sono abbastanza per continuare a vivere. Ma di sicuro sono un buon posto per il riposo eterno.
Buon viaggio Hermes.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento