Giovedì. VENEZIA-AMSTERDAM. Il viaggio di ritorno a Pohnpei comincia in odor di scioperi, ma la KLM lavora imperterrita. In compenso inaugura la serie di gentili trattamenti di cui saremo oggetto con la scortesia – tutta italiana – dell’addetta al check-in che mi risponde malamente quando chiedo di spedire i bagagli direttamente a Pohnpei. “Ma signora! Troppi voli, tre compagnie diverse, non si può!” Mi viene qualche dubbio, ma non ho scelta. La compagnia ci imbarca in ritardo e poi ci tiene per 45 minuti dentro l’aereo fermo a motori spenti, senza aria condizionata. Grondiamo tutti come salsiccie sulla griglia e Sebastian seduto sulle mie ginocchia si rovescia addosso mezza bottiglia di succo. Fortuna vuole che il mio temporaneo compagno di sventura sia un fascinosissimo olandese brizzolato che aveva fatto girare la testa a tutte le signore in attesa di imbarcare. Altezza, muscoli e capigliatura a parte, l’uomo si dimostra gentilissimo e decisamente simpatico. Mosso a compassione per il viaggio che mi spetta, il gentiluomo ci offre alloggio (con moglie e figli) e trasporto nel caso in cui perdiamo la coincidenza ad Amsterdam.
Giovedì. AMSTERDAM-SINGAPORE. Corsa forsennata attraverso l’aeroporto. Arriviamo che hanno quasi chiuso le porte. Scopro che l’aereo è pienissimo e tutti i posti con spazio davanti sono già occupati da famiglie con bimbi piccoli. Sarò l’unica persona con un bambino ad avere un posto normale. Il che significa uno spazio irrisorio per due persone da condividere per 13 ore. Con la grazia che lo contraddistingue Sebastian riesce a dormire per quasi tutto il tempo di traverso sulle mie ginocchia e con la testa sul bracciolo. L’equipaggio in compenso non mi degna di uno sguardo, non mi aiuta, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa (un cuscino o una coperta in più per il piccolo? un po’ di latte? una mano?) e non risponde a nessuna delle mie tre chiamate con il pulsante dal sedile. Grazie KLM.
Venerdì. SINGAPORE-MANILA. Grazie alla cortesia della tipa scontrosa del check-in a Venezia ho due ore per sbarcare, passare l’immigrazione, ritirare i bagagli, cambiare terminal, rifare il check-in e imbarcarmi di nuovo. Il tutto, naturalmente, con passeggino e passeggero. Ma l’efficienza del posto – unita ad un’altra semi-maratona – permette questo ed altro. Scopro che naturalmente la tipa aveva torto e qualcosa si poteva fare per evitarmi questo brutale cambio... In compenso il volo compensa quello precedente: 1) voliamo Singapore Airlines, la migliore compagnia al mondo; 2) siamo in business class; 3) l’aereo è semivuoto. Hostess dalla bellezza mozzafiato vestite con lunghi abiti tradizionali trattano tutti come altezze reali. Per Sebastian hanno una borsa-regalo con pannolini, salviette, bavaglino e giochi. Imparano il suo nome e vengono a controllarci ogni dieci minuti. Finalmente in grado di allungare le gambe sui sedili che si trasformano quasi in letti, deposito il piccolo su un sedile libero e lí lo lascio a pisolare sui morbidissimi cuscini. E intanto mi godo un pranzo a quattro stelle con tanto di champagne, menù, e piatti e posate vere.
Venerdì. MANILA-GUAM. Un paio d’ore di sosta tra un volo e l’altro ci permettono di sgranchire le gambe. Mentre giriamo per l’aeroporto le hostess del volo precedente vedono Sebastian e deviano per venirlo a salutare. Queste bellezze orientali che sembrano tutte modelle se lo coccolano come se non avessero mai visto un bimbo in vita loro. Lui lancia sguardi maliardi e io divento una fan a vita della Singapore Airline. Dopo tanto dormire, però, il piccolo decide che è ora di darsi al moto. Per le tre ore e ½ del volo, mentre l’aereo è immerso nel buio e tutti dormono, Sebastian cammina imperterrito su e giù per il corridoio parlando ad alta voce, salutanto tutti, urlando “Bah” ad ignari viaggiatori mai visti prima per poi scoppiare a ridere. Incontrollabile, di ottimo umore, vittima di chissà quale dose naturale di endorfine e adrenalina, dopo aver svegliato mezzo aereo non mi resta che chiuderlo nel bagno con me. Imperterrito, continuerà a ridere istericamente fino all’arrivo a Guam.
Sabato. GUAM-POHNPEI. La fase euforica di Sebastian continua all’aeroporto, dove cammina da solo con grande sicurezza avendo cura di salutare tutti, commessi dei negozi compresi. Nessuno degli usuali intrattenimenti – video, libri, giochi – funziona. No, lui vuole socializzare e così passiamo le tre ore fino al volo finale. E per fortuna che al decollo si addormenta di nuovo!
Quando finalmente arriviamo a Pohnpei non mi pare vero! Le ultime fatiche – immigrazione, ritiro bagagli – sembrano irrisorie: tra pochi minuti saremo a casa! Ma... Matt non è all’aeroporto. Aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo. Sebastian vuole latte e piange. Alla fine chiamo un taxi che arriva a velocità tutta micronesiana – 45 minuti – e mentre usciamo dal parcheggio ecco arrivare Matt. Al suo sorridente “Ah, siete già arrivati” non rispondo nemmeno parlando. Ringhio. Da notare che a Pohnpei arriva un aereo al giorno. E lui a chi aveva chiesto l’orario di arrivo? Mica alla compagnia aerea, no al ministro dei trasporti in persona. Il quale essendo del posto propabilmente non conosce nemmeno il concetto di “arrivo in orario”. E infatti aveva risposto con un generico “dall’una alle due”. Argh! (Nota: il fatto che Matt abbia accettato la risposta senza fare una piega, lui che in America spacca il minuto, dimostra scientificamente gli effetti devastanti della vita su un’isola del Pacifico).
Ma alla fine ha saputo farsi perdonare. Sebastian non ci poteva credere di riavere il suo adorato papà e i due hanno passato la giornata a rotolarsi sul pavimento. E anch’io mi sono beccata la mia parte di coccole extra. Peccato che la gioia di essere a casa sia stata presto adombrata: Sebastian, vittima del jet-lag, ha scambiato il giorno per la notte. Non è il massimo andare al lavoro quando per tre notti di fila quando il tuo trottolino si sveglia all’una e gioca imperterrito fino all’ora di colazione. E quando ti ritrovi a guardare Dumbo alle 3 e mezza del mattino con qualcuno che vuole che tu dica “elefante” ogni volta che il protagonista compare sullo schermo – in media ogni 10 secondi – beh, a quel punto è impossibile non rimettere in discussione le gioie della maternità.
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