Si può “scoprire” un luogo che per migliaia di anni ha visto le genti del posto risiedervi, adattarsi, evolversi, sviluppare lingue, tradizioni, leggi, usanze, farsi la guerra, costruire regni, esplorare ed estinguersi? Si può passare un giorno per una terra e decidere che la storia ha inizio in quel preciso momento, dare un nome un po’ a caso, tracciare un punto in una mappa e annunciare orgogliosi non solo la scoperta, ma anche il possesso di quel luogo? La domanda è, naturalmente, più che retorica. Non sarebbe altrimenti possibile comprendere quei secoli di storia in cui i viaggi oltremare, verso l’ignoto, portarono gli Europei a “scoprire” – e quindi ad appropriarsi – di ogni nuova terra capitata a tiro. E non solo per smania di conquista. Nel caso del Pacifico, ad attrarre flotte di navi ed enormi investimenti fu la speranza di incappare in qualcosa allora prezioso e, soprattutto, introvabile in Europa: spezie.
Per secoli in Europa l’accesso a carne fresca durante l’inverno fu un privilegio riservato ai pochi in grado di cacciare. Per mancanza di foraggio durante i mesi di neve e gelo il bestiame veniva infatti macellato ogni autunno, la carne essiccata o affumicata per poi essere mangiata – dura, insipida, e spesso rancida – durante l’inverno. Ma quando i crociati tornarono dall’Oriente carichi di aromi fino allora sconosciuti – il pepe e la noce moscata dalle Indie, la cannella da Ceylon, lo zenzero dalla Cina e i chiodi di garofano dalle isole del Pacifico – gli Europei svilupparono un insaziabile appetito per queste spezie che rendevano la carne più gustosa ed erano utilissime nel preservarla. Le difficoltà per venirne in possesso, tuttavia, erano infinite.
Alla fine del 1400 la diatriba su chi avesse il diritto di occupare le terre dei lontani mari ad oriente dell’Europa era stata risolta dal papa in favore del Portogallo, che così si trovò ad avere sia il monopolio delle spezie tramite la rotta verso est, che un saldo controllo delle più ambite fra tutte quelle terre: le Molucche o Isole delle Spezie. Su queste cinque minuscole isole nella zona dell’attuale Indonesia crescevano infatti i preziosi chiodi di garofano, in assoluto le più costose e ricercate fra tutte le spezie. Altrimenti quasi insignificanti, le Molucche divennero l’oggetto di secoli di controversie tra potenze europee e asiatiche e di innumerevoli spedizioni navali in condizioni proibitive.
Nel disperato tentativo di contrastare il monopolio portoghese senza violare la decisione del papa, al resto d’Europa non restò che cercare isole altrettanto feconde navigando a tentoni nella direzione opposta: verso ovest. Fu così che Colombo andò a sbattere contro un intero “nuovo” continente, che molti al tempo considerarono solo un enorme ostacolo sulla strada per le ambite Indie. Ma nel 1521 Magellano, incaricato di «scoprire isole e terre e spezie e quant’altro possa beneficiare il regno di Carlo V di Spagna», aggirò l’America attraverso lo Stretto che ora porta il suo nome ed entrò le calme acque di quell’oceano che lui stesso definì “Pacifico”. Come tutti degli esploratori del suo tempo Magellano non aveva il compito, né l’interesse, a trattare con rispetto le genti e culture di quelle terre lontane. Doveva solo trovare ciò per cui era pagato, impossessarsene nella maggiore quantità possibile, e metter un qualsivoglia sigillo di proprietà su quelle terre. Si trattava di una appropriazione a dir poco indebita – anche se gli uomini del tempo mai l’avrebbero considerato tale – che segnò interi popoli per secoli a venire. Eppure Magellano battezzò le prime isole abitate in cui si imbatté (proprio qui in Micronesia) Islas de Ladronas, dato che quei barbari dei nativi, una volta fatti salire a bordo, si portarono via oggetti che non avevano mai visto prima – pezzi di corda, vestiti, chiodi di ferro – compiendo quello che un indignato Magellano evidentemente ritenne essere un furto ben più serio di quello che lui stesso stava compiendo. E che riuscì benissimo: tre anni dopo essere partito Magellano riapprodò a Siviglia con la notizia di aver trovato l’agognata rotta verso ovest e con ben 25 tonnellate di chiodi di garofano nella stiva. Carlo V non poté contenere la sua soddisfazione: il valore delle spezie ripagava ampiamente le spese della spedizione e le perdite subite. Comprese, ahimè, quelle di 5 dei 6 vascelli partiti e di ben 249 dei 267 membri dell’equipaggio. Ma la corsa ai tesori del Pacifico era solo cominciata.
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1 commento:
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