15 settembre 2005


Isola di Guam. Si vede subito che siamo in territorio americano! Qui la cameriera porta ad un allibito Bruce - un nostro collega dagli States - tre pancakes per colazione. (Nota: quelli che faccio io a casa sono grandi quanto un piattino da caffe').

Isola di Guam. Le grotte sacre dei Chamorro, gli abitanti originari. Un tempo parte dell'enorme base americana, ora le grotte sono sotto protezione del US Forest Service e non si possono visitare senza essere accompagnati da un ranger.

Isola di Guam. Umatac Bay, il primo approdo di Magellano in Micronesia. Era il 1521 e queste isole non saranno piu' le stesse da quel momento.

14 settembre 2005

PISH-PISH E ASS-ASS

A 21 mesi la maggior parte dei bambini pronuncia una serie piuttosto consistente di parole. La media si aggira sulla cinquantina, anche se ci sono bambini con vocabolari di 200 e passa parole. Non solo. A questa età i pargoli cominciano a creare frasi... Niente di complicato, verbi all’infinito come adulti imbranati che cercano di imparare un’altra lingua, ma sufficiente a farsi capire.
Sebastian, tuttavia, batte tutte le statistiche. Pronuncia in modo più o meno comprensibile 4 parole: papà (ad ogni occasione), mamma (quando ha bisogno di qualcosa), shoe e baby. A queste si affiancano una serie di parole misto inglese-italiano – come pall (ball/palla) e pish (fish/pesce), mentre non c’è stato verso finora di insegnargli i termini esatti per indicare gli animali. No, lui si esprime a suoni: muuu (mucca), baaa (pecora), wof-wof (cane), miao (gatto, ovvio) quack-quack (qualunque essere con un becco), aaaah (il ruggito del leone e della tigre), e hihihihi (che sta per il chicchirichì del gallo). E poichè gli animali sono la sua grande passione, questi versi sono anche divenuti parte del vocabolario giornaliero mio e di Matt, con grande imbarazzo dei nostri amici.
Lo sviluppo del linguaggio nei bambini dipende da una serie di fattori tra cui il sesso (le bambine parlano prima dei maschietti), l’ordine di nascita (chi ha fratelli più grandi inizia a parlare prima), il numero di linque parlate in casa. Poichè Seb è un primogenito maschio circondato da persone che gli parlano in tre lingue diverse siamo fortunati se riuscirà a dire qualcosa di sensato prima di andare alle elementari! Finora, bisogna essere onesti, Sebastian ha puntato sul sorriso più che sulle parole per farsi capire. E forse è meglio così... Prendiamo “elefante”, animale per il quale Sebastian nutre una viscerale ammirazione, soprattutto da quando il DVD Dumbo è entrato a far parte della sua collezione di classici Disney. Per ragioni note solo a lui, il termine “ass-ass” in casa nostra è diventato sinonimo di elefante. La cosa non ci aveva troppo imbarazzato fino a quando domenica scorsa, non siamo andati fuori a mangiare in un ristorante pieno zeppo di militari americani in libera uscita (la nave da guerra USS Fitzgerald ha fatto sosta a Pohnpei per un paio di giorni, un avvenimento più unico che raro) e Seb ha visto da lontano una persona con un elefante stampato sulla t-shirt. Come se passare davanti ad un centinaio di militari non fosse già abbastanza imbarazzante, Sebastian mi ha trascinato attraverso tutto il locale urlando “ass-ass” e puntando deciso verso la T-shirt. Il povero proprietario ha accettato le mie scuse con un sorriso forzato, e la mia spiegazione deve essergli sembrata ridicola, ma Sebastian è immediatamente entrato nelle simpatie dei marinai nel ristorante, il cui linguaggio – a dir la verità – era tanto sgrammaticato e scurrile quanto quello del nostro pargolo.

Meglio puntare sul sorriso che sulle parole...

05 settembre 2005

"W GLI SPOSI" UN ANNO FA

Ebbene si, e' gia' passato un anno dal nostro matrimonio a Venezia. O meglio dal "Baptimonio" com'era stato ribattezzato: battesimo di Sebastian e relativa cena la sera del 3 settembre e matrimonio con relativo tour in barca della laguna il giorno dopo, sabato 4.

Lo splendore dell'isola di Torcello, nella laguna di Venezia, luogo della cerimonia.

Sebastian con Luana, sua cuginetta e bellissima damigella.

Con Paolo, cugino e baby-sitter impeccabile.

Il luogo della cerimonia: il gazebo nel giardino del ristorante "Al Ponte Del Diavolo", nella quiete dell'Isola di Torcello.

Walking down the aisle.

La sposa.

Il papa' di Matt celebra il matrimonio con rito protestante.

Matt legge la sua lunga promessa di matrimonio tra la commozione generale.

Oggi sposi.

Il clan Menazza al gran completo.

Il clan Olmsted. E si, la bionda mozzafiato e' la sorella di Matt, tre figli in tre anni e capace di correre la maratona in meno di tre ore!

The Olmsteds!

Con nonno Ottorino, sulla barca che ci porta in giro per la laguna dopo pranzo, a vedere le meraviglie di Venezia e a digerire bevendo spritz!

Venezia. Un tramonto perfetto al termine di una giornata indimenticabile.

Un ultimo saluto prima di abbandonare tutti e andare all'Hotel Danieli

01 agosto 2005

LECCORNIE MICRONESIA

Pesce a parte – soprattutto tonno, tutti i giorni e a tutte le ore – una delle poche vere leccornie locali a Pohnpei sono i crostacei. Gli enormi granchi delle mangrovie sono infatti una vera delizia, talmente ricchi di polpa che è difficile riuscire a mangiarne uno intero da soli.
Ogni scusa naturalmente è buona per cuocere un paio di granchi e quando la cara Ryan è venuta a trovarci in maggio non ci siamo fatti sfuggire l’occasione. Scesi tutti e quattro al porto un sabato mattina, ne eravamo usciti con un enorme pezzo di tonno fresco e tre granchi. Al mercatino del pesce i crostacei stavano immersi nell’acqua fredda, le chele legate strette strette con dei grossi elastici. Naturalmente erano vivi – si sa che i crostacei andrebbero mantenuti tali fino al momento della cottura – ma poichè io non provo alcun entusiasmo al pensiero di una sessione di lotta libera con esseri armati di chele in grado di tranciare un dito di netto, avevo incaricato i tipi della pescheria di dare loro il colpo di grazia.
Era stato quindi con enorme sorpresa che una volta tornati a casa avevo scoperto che il nostro pranzo non era per niente deceduto, e anzi girava indisturbato per il bagagliaio della mia auto dopo aver rotto gli elastici. La mia prima reazione era stato di rimettermi al volante e tornare al mercato ma, con mia grande sorpresa, la mano di Ryan si era sollevata in un gesto infastidito e lei aveva dichiarato che non ce n’era per niente bisogno. Ora, Ryan è una vegetariana convinta da anni (anche se mangia pesce) che adora gli animali, piange ad ogni pubblicità con dei cuccioli e non farebbe male ad una mosca. Ma avevo dimenticato che è nata e cresciuta a pochi chilometri dalla Chesapeake Bay, l’enorme baia vicino a Washington, famosa in tutti gli Stati Uniti per i buonissimi granchi. Dichiarando di aver partecipato a centinaia di cene casalinghe a base di granchio sin da quando era in fasce, Ryan era entrata in casa con piglio sicuro per uscirne dopo pochi secondi con il coltello più grande che abbiamo, una roba in superacciaio inossidabile lungo trenta centimetri e spesso mezzo che usiamo forse due volte l’anno. Noi tre eravamo rimasti a guardare dapprima perplessi, poi affascinati, mentre quella che avevamo sempre considerato un innocuo angelo biondo con fare autoritario rovesciava i granchi, sollevava la parte triangolare della corazza che sta sotto e piantava il coltello nel mezzo – metodo unico e infallibile per farli fuori.
Beh, più o meno, perchè i granchi non ci pensavano per niente ad arrendersi senza combattere. Come tre moschettieri dei tropici avevano tentato la fuga a colpi di chele e a velocità decisamente sostenuta, mentre noi tre ‘micronesiani’ saltellavamo come donzelle puritane e la ‘newyorkese’ riusciva a tenerli tutti sotto controllo e a parlare con Sebastian contemporaneamente. In un momento di distrazione uno dei granchi era persino riuscito ad afferrare la sua gonna e a tirarla con forza verso il basso, ma Ryan l’aveva steso con un manrovescio.
Quando i poveri erano poi passati a miglior vita, Ryan li aveva aperti, ripuliti delle parti non commestibili e messi in un vassoio pronti per la cuoca (io), dimostrando coi fatti che l’affermazione di essere cresciuta mangiando granchi non era una palla. Era stato però la scelta del metodo di cottura ad aprire un antipatico dibattito. Io volevo bollirli come avevo sempre fatto, ma Matt continuava a sostenere che poichè il nostro amico Daniel la settimana precedente li aveva cucinati in forno dopo averli infilati in sacchetti del pane con un misterioso miscuglio di spezie – e ne erano usciti buonissimi – io avrei dovuto fare lo stesso. A parte il fatto che non ho mai visto un sacchetto del pane da quando sono qui, le mie più che ovvie domande si erano scontrate con un muro di perplessità. (Che spezie? Come un miscuglio di roba rossa... E a quant’era il forno? Certo che mi serve saperlo... Perchè? Lasciamo perdere... Per quanto tempo? Certo che fa la differenza!!!) Devo precisare che Matt è un degustatore di cibi decisamente raffinato, ma non sa bollire l’acqua per il te’ e le necessità dei cuochi lo lasciano sempre allibito. Per lui avermi detto del sacchetto, delle spezie e del forno equivaleva ad aver rivelato una formula magica. Il fatto che io non fossi in grado di ripetere il capolavoro lo lasciava completamente allibito. Alla fine lo avevo cacciato dalla cucina e avevo optato per un metodo misto: scottati in acqua bollente per 5 minuti e passati in forno per 15 i granchioni ne erano usciti fantastici. Noi tre ci avevamo impiegato almeno un’ora e mezza di lenta e paziente opera a ripulirli di tutta la fantastica polpa. Che dire, ogni tanto anche il cibo in Micronesia può essere fantastico. Soprattutto se c’è nei paraggi una temeraria come Ryan!

Lezione n.1: Come fare fuori un granchio gigante.

Lezione n.2: Non perdere mai l�occasione di insegnare qualcosa al piccolo di casa.

29 luglio 2005


Lezione n.3: Non distrarsi!

25 luglio 2005

STATO DI EMERGENZA

Le cose avevano preso una brutta piega già agli inizi di giugno, quando il latte era improvvisamente diventato una rarità sull’isola. Noi eravamo riusciti a cavarcela senza troppi danni – ne avevamo una buona scorta per Sebastian e quando quella era finita, amici generosi ci avevano passato le loro preziose riserve. Poi eravamo partiti per l’Italia, accantonando per settimane i problemi di approvigionamento alimentare.
Al nostro ritorno con un cooler pieno di formaggi e affettati (che la baby-sitter si è mangiata per metà... sto’ giro la licenzio sul serio) avevo capito subito che la situazione era tutt’altro che rosea. L’indizio più grave: al supermercato non c’erano più nemmeno le cipolle. Tenendo conto che le cipolle non sono mai mancate, la loro assenza significa una sola cosa: è stato di emergenza. Chiunque asserisca che la cucina italiana è basata sulla pasta non ha mai provato a mettere insieme due pasti al giorno senza cipolle. In casa nostra abbondano le scorte di pasta, riso e scatolami vari, ma per quanto mi sforzi mi è quasi impossibile cucinare qualcosa di commestibile senza un qualsivoglia soffritto. Sto facendo un uso sproporzionato di aglio – che manca dai negozi ma è casualmente presente in massa nel mio frigorifero – e di una specie di cipollaceo verde secco di origine giapponese. Ma anche questo non basta. Da giorni è impossibile reperire uova e farina, quindi niente pane, biscotti o torte per la prima colazione. Ai miei demoralizzati commenti in proposito, una tipa tedesca che vive a Pohnpei da anni ha risposto scocciata di non vedere il problema: quando mancano gli alimenti base lei nutre l’intera famiglia con vari tipi di fagioli in scatola. Per settimane... Tre volte al giorno... A certa gente dovrebbe essere proibito avere figli (e portarli su un’isola del Pacifico).
All’origine del problema c’è il fatto che la nave che avrebbe dovuto arrivare a giugno è rimasta bloccata alle Isole Marshall per un problema di documenti. Il capitano è stato arrestato, e mentre lui passava i suoi giorni nelle poco invidiabili galere locali, l’intero contenuto di preziose verdure nelle stive della nave è velocemente marcito sotto il sole dei tropici. Come se non bastasse, la nave che doveva arrivare a metà luglio è bloccata in un altro porto da due settimane, e non oso pensare allo stato dei suoi containers.
Com’era prevedibile, né i micronesiani né i maschi della comunità internazionale hanno dimostrato un qualunque interesse per il problema. Mentre noi povere donne occidentali ci torturavamo al pensiero della cena e della mancanza di vitamine per i bambini, loro ascoltavano distratti e borbottavano una qualunque parola di supporto prima di ignorarci di nuovo. Fino alla settimana scorsa. Perchè quando l’arrivo della nave è stato posticipato per la seconda volta, la realtà si è mostrata in tutta la sua immensa tragicità: le scorte di birra sono esaurite. Scosso nel profondo il paese si domanda come questo abbia potuto succedere. E mentre i bar servono sconosciute birre cinesi vecchie di decenni che costano una fortuna l’intera federazione per una volta si trova d’accordo: questo si, che e' stato di emergenza.

19 luglio 2005

CI SONO LUNEDI' E LUNEDI'...

Fruscio d’onde sulla barriera corallina. Spiragli di luce dalla finestra. Sebastian che prima solleva la testa, poi si siede, e infine si assicura che sia sveglia anch’io. Infilandomi le dita negli occhi. È un lunedì come tanti altri; c’è da alzarsi, fare colazione e andare a lavorare. Tutto come al solito, tranne per un dettaglio: non siamo a casa ma su una capanna di legno in via di lento disfacimento, su un minuscolo isolotto a poche miglia da Pohnpei. Sono le sei meno un quarto del mattino. L’aria è tiepida e limpida come ci capita di vederla un paio di volte l’anno, e ha portato con sé un’alba spettacolare che sembra un tramonto. Nel silenzio più assoluto ci godiamo la pace del mattino seduti in riva alla laguna. L’acqua non fa nemmeno una grinza e l’invito è fin troppo allettante. Sebastian si gode il privilegio di iniziare la giornata con un bagno tra le acque turchesi di un’isolotto tropicale e di fare colazione su una minuscola spiaggia di coralli bianchi. Il sole è ancora bassissimo quando mi avventuro in una solitaria nuotata mattutina. L’acqua è più trasparente che mai e gli innumerevoli pesci mi ignorano. All’improvviso uno squalo di barriera che mi sguscia davanti a pelo d’acqua. Un incontro tanto inaspettato quanto sorprendente: questi animali li ho sempre visti da lontano, pigramente adagiati sui fondali sabbiosi, lontano dalla luce e dagli altri pesci. Cerco di seguirlo ma sparisce in un attimo. Mi consolo pedinando un altra creatura mai vista prima, un enorme e stranissimo pesce maculato grande poco meno di me che sembra seriamente affeto da obesità. Tornata a riva mi faccio la doccia con due secchi d’acqua rovesciati sulla testa e preparo la nostra roba. Neanche mezz’ora e siamo sulla barca da pesca che ci riporta a Pohnpei, le acque della laguna più limpide che mai e il sole che annuncia una giornata magnifica. Ma c’è da andare in ufficio...

Il sole fa capolino tra le nuvole.

Un'alba straordinaria che sembra un tramonto.

Sebastian si gode l'alba e le acque calde e immobili della laguna.

Un ultimo saluto a Black Coral e alle sue acque verdi e blu. Bisogna andare in ufficio!

15 luglio 2005


Sogni d'oro tra le nuvole in compagnia dell'inseparabile Rino (sotto le coperte)

Cronache di un viaggio verso il Pacifico

Giovedì. VENEZIA-AMSTERDAM. Il viaggio di ritorno a Pohnpei comincia in odor di scioperi, ma la KLM lavora imperterrita. In compenso inaugura la serie di gentili trattamenti di cui saremo oggetto con la scortesia – tutta italiana – dell’addetta al check-in che mi risponde malamente quando chiedo di spedire i bagagli direttamente a Pohnpei. “Ma signora! Troppi voli, tre compagnie diverse, non si può!” Mi viene qualche dubbio, ma non ho scelta. La compagnia ci imbarca in ritardo e poi ci tiene per 45 minuti dentro l’aereo fermo a motori spenti, senza aria condizionata. Grondiamo tutti come salsiccie sulla griglia e Sebastian seduto sulle mie ginocchia si rovescia addosso mezza bottiglia di succo. Fortuna vuole che il mio temporaneo compagno di sventura sia un fascinosissimo olandese brizzolato che aveva fatto girare la testa a tutte le signore in attesa di imbarcare. Altezza, muscoli e capigliatura a parte, l’uomo si dimostra gentilissimo e decisamente simpatico. Mosso a compassione per il viaggio che mi spetta, il gentiluomo ci offre alloggio (con moglie e figli) e trasporto nel caso in cui perdiamo la coincidenza ad Amsterdam.

Giovedì. AMSTERDAM-SINGAPORE. Corsa forsennata attraverso l’aeroporto. Arriviamo che hanno quasi chiuso le porte. Scopro che l’aereo è pienissimo e tutti i posti con spazio davanti sono già occupati da famiglie con bimbi piccoli. Sarò l’unica persona con un bambino ad avere un posto normale. Il che significa uno spazio irrisorio per due persone da condividere per 13 ore. Con la grazia che lo contraddistingue Sebastian riesce a dormire per quasi tutto il tempo di traverso sulle mie ginocchia e con la testa sul bracciolo. L’equipaggio in compenso non mi degna di uno sguardo, non mi aiuta, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa (un cuscino o una coperta in più per il piccolo? un po’ di latte? una mano?) e non risponde a nessuna delle mie tre chiamate con il pulsante dal sedile. Grazie KLM.

Venerdì. SINGAPORE-MANILA. Grazie alla cortesia della tipa scontrosa del check-in a Venezia ho due ore per sbarcare, passare l’immigrazione, ritirare i bagagli, cambiare terminal, rifare il check-in e imbarcarmi di nuovo. Il tutto, naturalmente, con passeggino e passeggero. Ma l’efficienza del posto – unita ad un’altra semi-maratona – permette questo ed altro. Scopro che naturalmente la tipa aveva torto e qualcosa si poteva fare per evitarmi questo brutale cambio... In compenso il volo compensa quello precedente: 1) voliamo Singapore Airlines, la migliore compagnia al mondo; 2) siamo in business class; 3) l’aereo è semivuoto. Hostess dalla bellezza mozzafiato vestite con lunghi abiti tradizionali trattano tutti come altezze reali. Per Sebastian hanno una borsa-regalo con pannolini, salviette, bavaglino e giochi. Imparano il suo nome e vengono a controllarci ogni dieci minuti. Finalmente in grado di allungare le gambe sui sedili che si trasformano quasi in letti, deposito il piccolo su un sedile libero e lí lo lascio a pisolare sui morbidissimi cuscini. E intanto mi godo un pranzo a quattro stelle con tanto di champagne, menù, e piatti e posate vere.

Venerdì. MANILA-GUAM. Un paio d’ore di sosta tra un volo e l’altro ci permettono di sgranchire le gambe. Mentre giriamo per l’aeroporto le hostess del volo precedente vedono Sebastian e deviano per venirlo a salutare. Queste bellezze orientali che sembrano tutte modelle se lo coccolano come se non avessero mai visto un bimbo in vita loro. Lui lancia sguardi maliardi e io divento una fan a vita della Singapore Airline. Dopo tanto dormire, però, il piccolo decide che è ora di darsi al moto. Per le tre ore e ½ del volo, mentre l’aereo è immerso nel buio e tutti dormono, Sebastian cammina imperterrito su e giù per il corridoio parlando ad alta voce, salutanto tutti, urlando “Bah” ad ignari viaggiatori mai visti prima per poi scoppiare a ridere. Incontrollabile, di ottimo umore, vittima di chissà quale dose naturale di endorfine e adrenalina, dopo aver svegliato mezzo aereo non mi resta che chiuderlo nel bagno con me. Imperterrito, continuerà a ridere istericamente fino all’arrivo a Guam.

Sabato. GUAM-POHNPEI. La fase euforica di Sebastian continua all’aeroporto, dove cammina da solo con grande sicurezza avendo cura di salutare tutti, commessi dei negozi compresi. Nessuno degli usuali intrattenimenti – video, libri, giochi – funziona. No, lui vuole socializzare e così passiamo le tre ore fino al volo finale. E per fortuna che al decollo si addormenta di nuovo!

Quando finalmente arriviamo a Pohnpei non mi pare vero! Le ultime fatiche – immigrazione, ritiro bagagli – sembrano irrisorie: tra pochi minuti saremo a casa! Ma... Matt non è all’aeroporto. Aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo. Sebastian vuole latte e piange. Alla fine chiamo un taxi che arriva a velocità tutta micronesiana – 45 minuti – e mentre usciamo dal parcheggio ecco arrivare Matt. Al suo sorridente “Ah, siete già arrivati” non rispondo nemmeno parlando. Ringhio. Da notare che a Pohnpei arriva un aereo al giorno. E lui a chi aveva chiesto l’orario di arrivo? Mica alla compagnia aerea, no al ministro dei trasporti in persona. Il quale essendo del posto propabilmente non conosce nemmeno il concetto di “arrivo in orario”. E infatti aveva risposto con un generico “dall’una alle due”. Argh! (Nota: il fatto che Matt abbia accettato la risposta senza fare una piega, lui che in America spacca il minuto, dimostra scientificamente gli effetti devastanti della vita su un’isola del Pacifico).

Ma alla fine ha saputo farsi perdonare. Sebastian non ci poteva credere di riavere il suo adorato papà e i due hanno passato la giornata a rotolarsi sul pavimento. E anch’io mi sono beccata la mia parte di coccole extra. Peccato che la gioia di essere a casa sia stata presto adombrata: Sebastian, vittima del jet-lag, ha scambiato il giorno per la notte. Non è il massimo andare al lavoro quando per tre notti di fila quando il tuo trottolino si sveglia all’una e gioca imperterrito fino all’ora di colazione. E quando ti ritrovi a guardare Dumbo alle 3 e mezza del mattino con qualcuno che vuole che tu dica “elefante” ogni volta che il protagonista compare sullo schermo – in media ogni 10 secondi – beh, a quel punto è impossibile non rimettere in discussione le gioie della maternità.

07 giugno 2005

ANT

Mi rendo conto che non è una domanda che uno si pone tanto spesso, ma vi siete mai chiesti che cos’è un atollo?
I primi navigatori europei che solcarono questi mari realizzarono con stupore che l’oceano era costellato di migliaia e migliaia di queste fasce di terra piatte e circolari poste attorno ad incontaminate lagune. Date le grandi profondità del Pacifico – la famosa Fossa delle Marianne si trova non lontano da qui, a nord dell’isola di Guam – i navigatori capirono che gli atolli avevano qualcosa a che fare con i vulcani, ma nessuno di loro fu in grado di formulare un’ipotesi che suonasse plausibile. Per parecchio tempo la teoria più diffusa fu quella che le lagune erano bocche di vulcani sottomarini che arrivavano esattamente a pelo dell’acqua. Anche se la cose non è di per sé impossibile, le probabilità di avere migliaia di vulcani che arrivano a mezzo metro dalla superficie dell’oceano e si fermano lì sono, siamo realisti, praticamente nulle. Eppure per secoli nessuno riuscì a fornire una spiegazione migliore. Almeno finché non arrivò quel genio di Charles Darwin.
Darwin diede senso all’incomprensibile durante uno dei lunghi viaggi intorno al mondo che diedero a lui l’opportunità di osservare e ragionare, e al resto del mondo di godere dei frutti della sua straordinaria perspicacia. È noto che Darwin lasciava ad altri scienziati il compito di dimostrare le sue teorie con esperimenti o analisi scientifiche. Lui osservava, ragionava e poi buttava lì ipotesi mai udite prima che scatenavano proteste e sdegnate smentite. Salvo poi risultare scientificamente perfette.
Fu semplicemente osservando gli atolli durante un viaggio nei mari del sud Darwin capì che laddove vi è ora una laguna circondata da palme vi era un tempo lontano una montagna di origine vulcanica che, in un processo durato milioni di anni, era lentamente sprofondata sotto il proprio peso fino a scomparire. I coralli che crescevano lungo la costa, tuttavia, avevano continuato a moltiplicarsi in modo da rimanere vicini alla superficie dell’acqua e ricevere l’ossigeno e la luce necessari alla loro sopravvivenza, formando un grande anello proprio laddove un tempo vi erano le coste dell’isola. Avete presente gli anelli che talvolta sono esposti in certe gioiellerie infilati su dei piccoli coni? Ecco, immaginatevi che il cono sia la montagna e la barriera corallina in formazione sia l’anello. A poco a poco la punta della montagna sprofonda e quando è sparita del tutto non rimane che la barriera corallina – in pratica l’anello – a circondare una splendida laguna laddove un tempo c’era la parte emersa della montagna – in pratica la punta del cono. Quando poi la barriera corallina in alcuni tratti cresce abbastanza da potersi ricoprire di piante grazie ai semi portati dal vento, ecco che l’atollo è nato. Minuscolo e sperduto, ma pronto a concedersi a qualche essere umano portato lì dalla furia del mare o – cosa molto più probabile – dal sovrapopolamento di un altro atollo.
Pohnpei è per il momento ancora un’isola, ma sta già impercettibilmente sprofondando. Dategli un altro mezzo milioncino di anni e la parte emersa non ci sarà più, e solo la barriera corallina che già la circonda (laddove un tempo vi era la costa originaria) rimarrà a ricordo degli antichi splendori.
Coperta da una fittissima foresta tropicale e coronata dalle inevitabili nuvole, Pohnpei ricorda poco i mari del sud e molto di più le impenetrabilità amazzoniche. Chi vuole godersi un po’ di acque cristalline, spiaggie coralline e palme cariche di noci di cocco deve armarsi di pazienza e trovare il modo lasciarsi Pohnpei alle spalle e visitare gli atolli della Micronesia. Questi di solito distano centinaia di chilometri l’uno dall’altro e raramente sono raggiungibili in aereo. Ma qui a Pohnpei siamo fortunati almeno per una ragione: l’atollo a noi più vicino è visibile dalle colline nei giorni di buona visibilità e si può raggiungere in un’oretta di barca. Unico neo: la barca deve essere relativamente grossa (il mare tra le due isole tende ad essere movimentato per via delle correnti) e avere due motori (lo so, lo so, i locali viaggiano ovunque in minuscole canoe, ma noi siamo creature moderne se il motore si ferma e non ce n’è un altro di riserva ci si ritrova nelle Filippine o in Australia, sempre che si riesca a sopravvivere, e non per scherzo).
Questo atollo a due passi da casa si chiama Ant, e ha una caratteristica assolutamente unica in tutta la Micronesia: appartiene ad una sola famiglia. Un secolo fa Henry Nanpei, il più famoso intrallazzatore (=uomo d’affari+polico) che la Micronesia abbia mai avuto riuscì a comprare metà Pohnpei e l’intero atollo di Ant dai suoi connazionali in cambio di oggetti ridicoli provenienti dal ricco occidente. I colonizzatori tedeschi e giapponesi riuscirono a toglierli la terra a Pohnpei, ma l’atollo è rimasto della famiglia (che ormai conta centinaia di discendenti, inclusa la mia padrona di casa) fino ai giorni nostri. Tutt’ora Ant è una riserva marina e bisogna avere il permesso per visitarlo, anche se nessuno vive in modo permanente sull’atollo (?!?). Stanno anche cercando di trasformarlo in un paradiso ecologico e hanno fatto richiesta di diventare una Bio-riserva, una cosa complicata che è stata concessa solo a tre altri atolli nell’intero Pacifico.
Approfittando del fatto che la mia amica Ryan è venuta a trovarci da New York, sabato scorso siamo andati ad Ant con i nostri amici della marina australiana che hanno la barca adatta. Sunto della giornata: a Pohnpei piove che dio la manda, usciamo in barca e ad Ant brilla il sole, facciamo snorkling per un’ora lungo la barriera all’interno dell’atollo, pranziamo su una spiaggetta incontaminata e torniamo a fare snorkling in una zona ricchissima di vongole gigantesche (40-50 cm) dai colori spettacolari. Il resto, ne sono certa, lo dicono le foto. Crepate d’invidia!

Ancorati all'interno della laguna di Ant guardiamo Pohnpei, sullo sfondo, coperta dalle nuvole.

La visibilita' sott'acqua era perfetta fino a circa 20 metri.

A nuotare viene fame!

La spiaggia scelta per il pranzo. Impossibile non sentirsi Robinson Crusoe!

Il Tenente Colonnello Barry Jones, comandante della marina australiana in Micronesia (e, piu' modestamente, della nostra barca) fa snorkling con il cappello da cow-boy per evitare di bruciarsi (da notare che infila maschera e boccaglio sopra il cappello).

Unici abitanti dell'atollo, decine di "Hermit Crabs" si abbuffano dei resti di una grande noce di cocco.

Matt si riposa dopo il pranzo all'ombra delle palme.

Ryan. La frenesia di New York non e' mai stata cosi' lontana...

23 maggio 2005

UFFICIALMENTE AVVOCATO ANCHE IN MICRONESIA

Da venerdì scorso Matt è ufficialmente un membro della Micronesia Bar Association – l’albo degli avvocati. L’iscrizione all’albo in Micronesia è richiesta solo per presentare casi davanti alla Corte Suprema, dato che per rappresentare il governo o un privato nelle corti inferiori la laurea in legge non è obbligatoria. In questo la Micronesia ha copiato in tutto e per tutto dagli Stati Uniti, dove un tempo a cause delle enormi distanze e delle poche strutture esistenti chiunque poteva accedere alla carriera forense. E gli Usa continuano a mantenere in parte questa tradizione: i giudici sono eletti dalla popolazione a livello locale, ma quanti di voi sanno che tra i requisiti richiesti NON c’e’ quello di avere una laurea in legge? Questo vale anche qui, e il Chief Justice della Corte Suprema della Micronesia che si vede nella foto non è, infatti, un avvocato.
Il fatto che questo accada nel 2000equalcosa è dovuto al fatto che essendo un giovane stato con solo 138.000 abitanti, la Micronesia ha grossi problemi ad avere un’università. O meglio, ce l’ha, ma è un college e come tutti i college fornisce un’istruzione piuttosto generica, qualcosa di simile ai nostri due ultimi anni del liceo e primi due d’università. Giurisprudenza nel sistema americano e micronesiano è un master che si fa finito il college. Per ora e per parecchi anni a venire non c’è speranza che di avere una Law School in Micronesia, e visti i costi non ce n’è nemmeno la ragione. I micronesiani che vogliono diventare avvocati devono andare all’estero, di solito negli Usa perchè possono accedervi senza visto e hanno accesso alle borse di studio riservate agli americani. Purtroppo a causa del non-proprio-eccelso livello d’istruzione in Micronesia sono pochi quelli che riescono ad accedere alle selettive Law Schools e ad avere una borsa di studio. Quei pochi che ce la fanno di solito rimangono in America a fare un po’ di soldi ed accumulare esperienza. Ecco perchè il governo federale qui assume avvocati stranieri.
Come si vede dalla foto, solo Matt ed un altra persona hanno passato l’esame di stato quest’anno ed hanno avuto l’onore di prestare giuramento davanti al giudice (l’unico) della Corte Suprema. Il giuramento è cosa talmente rara (l’esame di per sé non è proprio facilissimo perchè mancano libri di testo su cui prepararlo) che la Corte offre un rinfresco a cerimonia finita!!! Da notare inoltre l’abbigliamento informale. Un collega di Matt l’anno scorso si è presentato davanti in Corte in cravatta e l’udienza è iniziata con un rimbrotto del giudice: “Please take off that tie. It makes me feel uncomfortable.” (Per favore si tolga quella cravatta, mi fa sentire a disagio.) E allora evviva le camicie hawaiane!

I do!

20 maggio 2005

SEBASTIAN CRESCE...

Finalmente sono riuscita a fare a Seb un po' di foto. Devo confessare che non mi ero resa conto di quanto fosse cresciuto finche' non ho visto le foto. Come potete vedere i capelli tardano ancora a farsi vedere, ma lo abbiamo rasato qualche settimana fa e - lo giuro - sono piu' folti (difficile da credere, lo so).

Ormai e' un ometto!

19 maggio 2005


Con Felicia, che ha per lui una vera e propria cotta!

Sogni d'oro.

Da notare il completo UCLA mandato dal nonno Wayne, che li si e' laureato (cosi' come Matt).

Pronto allo scatto!!!

Sebastian adora farsi fotografare, ma durante questa serie di foto ogni volta che sollevavo la macchina si chinava leggermente verso di me (notare che sta in piedi sopra il tavolino del salotto!) e strizzava gli occhi in attesa del flash!

Viaggio a DC

Il primo viaggio da quando lavoro per The Nature Conservancy e' stato a Washington, DC, per un training. A parte il volo veramente infinito - circa 42 ore da Pohnpei, compresa una lunghissima sosta a Honolulu nelle Hawaii - e' stato bellissimo rivedere Barbara, Lorenzo e Maya, fare un po' di shopping e mangiare bene! C'e' stato anche il tempo di fare un salutino alla nostra casetta (momentaneamente affittata ad una fastidiosissima coppia di bancari che non fanno che lamentarsi), una visita alla libreria della Banca Mondiale e una mattinata al nuovissimo - e bellissimo - Museo degli Indiani delle Americhe.

Barbara e Leonardo (recentemente privato dei suoi lunghi capelli biondi)

La nuova casa di Barbara, Lorenzo e Leonardo a Georgetown.

Maya e la bellissima Electra. Dimitri purtroppo era in Peru' per lavoro.

L'ultimo giorno del training e' stato tutto dedicato al field trip, la visita ad una delle innumerevoli aree comperate da The Nature Conservancy nei suoi 50 e passa anni di vita allo scopo di preservarla per le generazioni future. A mezz'ora di macchina da Washington, Potomac Gorge e' stupenda, piena di animali, di piante e aperta al pubblico (gratis).

La ragione per cui The Nature Conservancy ha comperato quest'area e' la sua incredibile varieta' di piante e animali, una delle piu' alte in questa parte degli Stati Uniti. Nonostante si trovi a svariate decine di km dal mare vi si trovano persino sabbia e conchiglie!

Che sorpresa sapere che l'isola in mezzo al fiume Potomac si chiama Olmsted!!!

Il Worldwide Office - ovvero la sede centrale - di The Nature Conservancy a Washington, dove si e' tenuto il training. Costruito secondo criteri di protezione dell'ambiente e risparmio energetico ha anche un bel giardino di piante autoctone aperto al pubblico sul retro. Per una scelta voluta non c'e' ne' un impianto di irrigazione ne' un giardiniere: turno tutto il personale - indipendentemente dal ruolo - annaffia, sradica le erbacce, pianta e fertilizza!

Il 18mo museo del gruppo Smithsonian (statale, quindi tutti gratis!): lo splendido National Museum of American Indian