01 agosto 2005

LECCORNIE MICRONESIA

Pesce a parte – soprattutto tonno, tutti i giorni e a tutte le ore – una delle poche vere leccornie locali a Pohnpei sono i crostacei. Gli enormi granchi delle mangrovie sono infatti una vera delizia, talmente ricchi di polpa che è difficile riuscire a mangiarne uno intero da soli.
Ogni scusa naturalmente è buona per cuocere un paio di granchi e quando la cara Ryan è venuta a trovarci in maggio non ci siamo fatti sfuggire l’occasione. Scesi tutti e quattro al porto un sabato mattina, ne eravamo usciti con un enorme pezzo di tonno fresco e tre granchi. Al mercatino del pesce i crostacei stavano immersi nell’acqua fredda, le chele legate strette strette con dei grossi elastici. Naturalmente erano vivi – si sa che i crostacei andrebbero mantenuti tali fino al momento della cottura – ma poichè io non provo alcun entusiasmo al pensiero di una sessione di lotta libera con esseri armati di chele in grado di tranciare un dito di netto, avevo incaricato i tipi della pescheria di dare loro il colpo di grazia.
Era stato quindi con enorme sorpresa che una volta tornati a casa avevo scoperto che il nostro pranzo non era per niente deceduto, e anzi girava indisturbato per il bagagliaio della mia auto dopo aver rotto gli elastici. La mia prima reazione era stato di rimettermi al volante e tornare al mercato ma, con mia grande sorpresa, la mano di Ryan si era sollevata in un gesto infastidito e lei aveva dichiarato che non ce n’era per niente bisogno. Ora, Ryan è una vegetariana convinta da anni (anche se mangia pesce) che adora gli animali, piange ad ogni pubblicità con dei cuccioli e non farebbe male ad una mosca. Ma avevo dimenticato che è nata e cresciuta a pochi chilometri dalla Chesapeake Bay, l’enorme baia vicino a Washington, famosa in tutti gli Stati Uniti per i buonissimi granchi. Dichiarando di aver partecipato a centinaia di cene casalinghe a base di granchio sin da quando era in fasce, Ryan era entrata in casa con piglio sicuro per uscirne dopo pochi secondi con il coltello più grande che abbiamo, una roba in superacciaio inossidabile lungo trenta centimetri e spesso mezzo che usiamo forse due volte l’anno. Noi tre eravamo rimasti a guardare dapprima perplessi, poi affascinati, mentre quella che avevamo sempre considerato un innocuo angelo biondo con fare autoritario rovesciava i granchi, sollevava la parte triangolare della corazza che sta sotto e piantava il coltello nel mezzo – metodo unico e infallibile per farli fuori.
Beh, più o meno, perchè i granchi non ci pensavano per niente ad arrendersi senza combattere. Come tre moschettieri dei tropici avevano tentato la fuga a colpi di chele e a velocità decisamente sostenuta, mentre noi tre ‘micronesiani’ saltellavamo come donzelle puritane e la ‘newyorkese’ riusciva a tenerli tutti sotto controllo e a parlare con Sebastian contemporaneamente. In un momento di distrazione uno dei granchi era persino riuscito ad afferrare la sua gonna e a tirarla con forza verso il basso, ma Ryan l’aveva steso con un manrovescio.
Quando i poveri erano poi passati a miglior vita, Ryan li aveva aperti, ripuliti delle parti non commestibili e messi in un vassoio pronti per la cuoca (io), dimostrando coi fatti che l’affermazione di essere cresciuta mangiando granchi non era una palla. Era stato però la scelta del metodo di cottura ad aprire un antipatico dibattito. Io volevo bollirli come avevo sempre fatto, ma Matt continuava a sostenere che poichè il nostro amico Daniel la settimana precedente li aveva cucinati in forno dopo averli infilati in sacchetti del pane con un misterioso miscuglio di spezie – e ne erano usciti buonissimi – io avrei dovuto fare lo stesso. A parte il fatto che non ho mai visto un sacchetto del pane da quando sono qui, le mie più che ovvie domande si erano scontrate con un muro di perplessità. (Che spezie? Come un miscuglio di roba rossa... E a quant’era il forno? Certo che mi serve saperlo... Perchè? Lasciamo perdere... Per quanto tempo? Certo che fa la differenza!!!) Devo precisare che Matt è un degustatore di cibi decisamente raffinato, ma non sa bollire l’acqua per il te’ e le necessità dei cuochi lo lasciano sempre allibito. Per lui avermi detto del sacchetto, delle spezie e del forno equivaleva ad aver rivelato una formula magica. Il fatto che io non fossi in grado di ripetere il capolavoro lo lasciava completamente allibito. Alla fine lo avevo cacciato dalla cucina e avevo optato per un metodo misto: scottati in acqua bollente per 5 minuti e passati in forno per 15 i granchioni ne erano usciti fantastici. Noi tre ci avevamo impiegato almeno un’ora e mezza di lenta e paziente opera a ripulirli di tutta la fantastica polpa. Che dire, ogni tanto anche il cibo in Micronesia può essere fantastico. Soprattutto se c’è nei paraggi una temeraria come Ryan!

Lezione n.1: Come fare fuori un granchio gigante.

Lezione n.2: Non perdere mai l�occasione di insegnare qualcosa al piccolo di casa.

29 luglio 2005


Lezione n.3: Non distrarsi!

25 luglio 2005

STATO DI EMERGENZA

Le cose avevano preso una brutta piega già agli inizi di giugno, quando il latte era improvvisamente diventato una rarità sull’isola. Noi eravamo riusciti a cavarcela senza troppi danni – ne avevamo una buona scorta per Sebastian e quando quella era finita, amici generosi ci avevano passato le loro preziose riserve. Poi eravamo partiti per l’Italia, accantonando per settimane i problemi di approvigionamento alimentare.
Al nostro ritorno con un cooler pieno di formaggi e affettati (che la baby-sitter si è mangiata per metà... sto’ giro la licenzio sul serio) avevo capito subito che la situazione era tutt’altro che rosea. L’indizio più grave: al supermercato non c’erano più nemmeno le cipolle. Tenendo conto che le cipolle non sono mai mancate, la loro assenza significa una sola cosa: è stato di emergenza. Chiunque asserisca che la cucina italiana è basata sulla pasta non ha mai provato a mettere insieme due pasti al giorno senza cipolle. In casa nostra abbondano le scorte di pasta, riso e scatolami vari, ma per quanto mi sforzi mi è quasi impossibile cucinare qualcosa di commestibile senza un qualsivoglia soffritto. Sto facendo un uso sproporzionato di aglio – che manca dai negozi ma è casualmente presente in massa nel mio frigorifero – e di una specie di cipollaceo verde secco di origine giapponese. Ma anche questo non basta. Da giorni è impossibile reperire uova e farina, quindi niente pane, biscotti o torte per la prima colazione. Ai miei demoralizzati commenti in proposito, una tipa tedesca che vive a Pohnpei da anni ha risposto scocciata di non vedere il problema: quando mancano gli alimenti base lei nutre l’intera famiglia con vari tipi di fagioli in scatola. Per settimane... Tre volte al giorno... A certa gente dovrebbe essere proibito avere figli (e portarli su un’isola del Pacifico).
All’origine del problema c’è il fatto che la nave che avrebbe dovuto arrivare a giugno è rimasta bloccata alle Isole Marshall per un problema di documenti. Il capitano è stato arrestato, e mentre lui passava i suoi giorni nelle poco invidiabili galere locali, l’intero contenuto di preziose verdure nelle stive della nave è velocemente marcito sotto il sole dei tropici. Come se non bastasse, la nave che doveva arrivare a metà luglio è bloccata in un altro porto da due settimane, e non oso pensare allo stato dei suoi containers.
Com’era prevedibile, né i micronesiani né i maschi della comunità internazionale hanno dimostrato un qualunque interesse per il problema. Mentre noi povere donne occidentali ci torturavamo al pensiero della cena e della mancanza di vitamine per i bambini, loro ascoltavano distratti e borbottavano una qualunque parola di supporto prima di ignorarci di nuovo. Fino alla settimana scorsa. Perchè quando l’arrivo della nave è stato posticipato per la seconda volta, la realtà si è mostrata in tutta la sua immensa tragicità: le scorte di birra sono esaurite. Scosso nel profondo il paese si domanda come questo abbia potuto succedere. E mentre i bar servono sconosciute birre cinesi vecchie di decenni che costano una fortuna l’intera federazione per una volta si trova d’accordo: questo si, che e' stato di emergenza.

19 luglio 2005

CI SONO LUNEDI' E LUNEDI'...

Fruscio d’onde sulla barriera corallina. Spiragli di luce dalla finestra. Sebastian che prima solleva la testa, poi si siede, e infine si assicura che sia sveglia anch’io. Infilandomi le dita negli occhi. È un lunedì come tanti altri; c’è da alzarsi, fare colazione e andare a lavorare. Tutto come al solito, tranne per un dettaglio: non siamo a casa ma su una capanna di legno in via di lento disfacimento, su un minuscolo isolotto a poche miglia da Pohnpei. Sono le sei meno un quarto del mattino. L’aria è tiepida e limpida come ci capita di vederla un paio di volte l’anno, e ha portato con sé un’alba spettacolare che sembra un tramonto. Nel silenzio più assoluto ci godiamo la pace del mattino seduti in riva alla laguna. L’acqua non fa nemmeno una grinza e l’invito è fin troppo allettante. Sebastian si gode il privilegio di iniziare la giornata con un bagno tra le acque turchesi di un’isolotto tropicale e di fare colazione su una minuscola spiaggia di coralli bianchi. Il sole è ancora bassissimo quando mi avventuro in una solitaria nuotata mattutina. L’acqua è più trasparente che mai e gli innumerevoli pesci mi ignorano. All’improvviso uno squalo di barriera che mi sguscia davanti a pelo d’acqua. Un incontro tanto inaspettato quanto sorprendente: questi animali li ho sempre visti da lontano, pigramente adagiati sui fondali sabbiosi, lontano dalla luce e dagli altri pesci. Cerco di seguirlo ma sparisce in un attimo. Mi consolo pedinando un altra creatura mai vista prima, un enorme e stranissimo pesce maculato grande poco meno di me che sembra seriamente affeto da obesità. Tornata a riva mi faccio la doccia con due secchi d’acqua rovesciati sulla testa e preparo la nostra roba. Neanche mezz’ora e siamo sulla barca da pesca che ci riporta a Pohnpei, le acque della laguna più limpide che mai e il sole che annuncia una giornata magnifica. Ma c’è da andare in ufficio...

Il sole fa capolino tra le nuvole.

Un'alba straordinaria che sembra un tramonto.

Sebastian si gode l'alba e le acque calde e immobili della laguna.

Un ultimo saluto a Black Coral e alle sue acque verdi e blu. Bisogna andare in ufficio!

15 luglio 2005


Sogni d'oro tra le nuvole in compagnia dell'inseparabile Rino (sotto le coperte)

Cronache di un viaggio verso il Pacifico

Giovedì. VENEZIA-AMSTERDAM. Il viaggio di ritorno a Pohnpei comincia in odor di scioperi, ma la KLM lavora imperterrita. In compenso inaugura la serie di gentili trattamenti di cui saremo oggetto con la scortesia – tutta italiana – dell’addetta al check-in che mi risponde malamente quando chiedo di spedire i bagagli direttamente a Pohnpei. “Ma signora! Troppi voli, tre compagnie diverse, non si può!” Mi viene qualche dubbio, ma non ho scelta. La compagnia ci imbarca in ritardo e poi ci tiene per 45 minuti dentro l’aereo fermo a motori spenti, senza aria condizionata. Grondiamo tutti come salsiccie sulla griglia e Sebastian seduto sulle mie ginocchia si rovescia addosso mezza bottiglia di succo. Fortuna vuole che il mio temporaneo compagno di sventura sia un fascinosissimo olandese brizzolato che aveva fatto girare la testa a tutte le signore in attesa di imbarcare. Altezza, muscoli e capigliatura a parte, l’uomo si dimostra gentilissimo e decisamente simpatico. Mosso a compassione per il viaggio che mi spetta, il gentiluomo ci offre alloggio (con moglie e figli) e trasporto nel caso in cui perdiamo la coincidenza ad Amsterdam.

Giovedì. AMSTERDAM-SINGAPORE. Corsa forsennata attraverso l’aeroporto. Arriviamo che hanno quasi chiuso le porte. Scopro che l’aereo è pienissimo e tutti i posti con spazio davanti sono già occupati da famiglie con bimbi piccoli. Sarò l’unica persona con un bambino ad avere un posto normale. Il che significa uno spazio irrisorio per due persone da condividere per 13 ore. Con la grazia che lo contraddistingue Sebastian riesce a dormire per quasi tutto il tempo di traverso sulle mie ginocchia e con la testa sul bracciolo. L’equipaggio in compenso non mi degna di uno sguardo, non mi aiuta, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa (un cuscino o una coperta in più per il piccolo? un po’ di latte? una mano?) e non risponde a nessuna delle mie tre chiamate con il pulsante dal sedile. Grazie KLM.

Venerdì. SINGAPORE-MANILA. Grazie alla cortesia della tipa scontrosa del check-in a Venezia ho due ore per sbarcare, passare l’immigrazione, ritirare i bagagli, cambiare terminal, rifare il check-in e imbarcarmi di nuovo. Il tutto, naturalmente, con passeggino e passeggero. Ma l’efficienza del posto – unita ad un’altra semi-maratona – permette questo ed altro. Scopro che naturalmente la tipa aveva torto e qualcosa si poteva fare per evitarmi questo brutale cambio... In compenso il volo compensa quello precedente: 1) voliamo Singapore Airlines, la migliore compagnia al mondo; 2) siamo in business class; 3) l’aereo è semivuoto. Hostess dalla bellezza mozzafiato vestite con lunghi abiti tradizionali trattano tutti come altezze reali. Per Sebastian hanno una borsa-regalo con pannolini, salviette, bavaglino e giochi. Imparano il suo nome e vengono a controllarci ogni dieci minuti. Finalmente in grado di allungare le gambe sui sedili che si trasformano quasi in letti, deposito il piccolo su un sedile libero e lí lo lascio a pisolare sui morbidissimi cuscini. E intanto mi godo un pranzo a quattro stelle con tanto di champagne, menù, e piatti e posate vere.

Venerdì. MANILA-GUAM. Un paio d’ore di sosta tra un volo e l’altro ci permettono di sgranchire le gambe. Mentre giriamo per l’aeroporto le hostess del volo precedente vedono Sebastian e deviano per venirlo a salutare. Queste bellezze orientali che sembrano tutte modelle se lo coccolano come se non avessero mai visto un bimbo in vita loro. Lui lancia sguardi maliardi e io divento una fan a vita della Singapore Airline. Dopo tanto dormire, però, il piccolo decide che è ora di darsi al moto. Per le tre ore e ½ del volo, mentre l’aereo è immerso nel buio e tutti dormono, Sebastian cammina imperterrito su e giù per il corridoio parlando ad alta voce, salutanto tutti, urlando “Bah” ad ignari viaggiatori mai visti prima per poi scoppiare a ridere. Incontrollabile, di ottimo umore, vittima di chissà quale dose naturale di endorfine e adrenalina, dopo aver svegliato mezzo aereo non mi resta che chiuderlo nel bagno con me. Imperterrito, continuerà a ridere istericamente fino all’arrivo a Guam.

Sabato. GUAM-POHNPEI. La fase euforica di Sebastian continua all’aeroporto, dove cammina da solo con grande sicurezza avendo cura di salutare tutti, commessi dei negozi compresi. Nessuno degli usuali intrattenimenti – video, libri, giochi – funziona. No, lui vuole socializzare e così passiamo le tre ore fino al volo finale. E per fortuna che al decollo si addormenta di nuovo!

Quando finalmente arriviamo a Pohnpei non mi pare vero! Le ultime fatiche – immigrazione, ritiro bagagli – sembrano irrisorie: tra pochi minuti saremo a casa! Ma... Matt non è all’aeroporto. Aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo. Sebastian vuole latte e piange. Alla fine chiamo un taxi che arriva a velocità tutta micronesiana – 45 minuti – e mentre usciamo dal parcheggio ecco arrivare Matt. Al suo sorridente “Ah, siete già arrivati” non rispondo nemmeno parlando. Ringhio. Da notare che a Pohnpei arriva un aereo al giorno. E lui a chi aveva chiesto l’orario di arrivo? Mica alla compagnia aerea, no al ministro dei trasporti in persona. Il quale essendo del posto propabilmente non conosce nemmeno il concetto di “arrivo in orario”. E infatti aveva risposto con un generico “dall’una alle due”. Argh! (Nota: il fatto che Matt abbia accettato la risposta senza fare una piega, lui che in America spacca il minuto, dimostra scientificamente gli effetti devastanti della vita su un’isola del Pacifico).

Ma alla fine ha saputo farsi perdonare. Sebastian non ci poteva credere di riavere il suo adorato papà e i due hanno passato la giornata a rotolarsi sul pavimento. E anch’io mi sono beccata la mia parte di coccole extra. Peccato che la gioia di essere a casa sia stata presto adombrata: Sebastian, vittima del jet-lag, ha scambiato il giorno per la notte. Non è il massimo andare al lavoro quando per tre notti di fila quando il tuo trottolino si sveglia all’una e gioca imperterrito fino all’ora di colazione. E quando ti ritrovi a guardare Dumbo alle 3 e mezza del mattino con qualcuno che vuole che tu dica “elefante” ogni volta che il protagonista compare sullo schermo – in media ogni 10 secondi – beh, a quel punto è impossibile non rimettere in discussione le gioie della maternità.

07 giugno 2005

ANT

Mi rendo conto che non è una domanda che uno si pone tanto spesso, ma vi siete mai chiesti che cos’è un atollo?
I primi navigatori europei che solcarono questi mari realizzarono con stupore che l’oceano era costellato di migliaia e migliaia di queste fasce di terra piatte e circolari poste attorno ad incontaminate lagune. Date le grandi profondità del Pacifico – la famosa Fossa delle Marianne si trova non lontano da qui, a nord dell’isola di Guam – i navigatori capirono che gli atolli avevano qualcosa a che fare con i vulcani, ma nessuno di loro fu in grado di formulare un’ipotesi che suonasse plausibile. Per parecchio tempo la teoria più diffusa fu quella che le lagune erano bocche di vulcani sottomarini che arrivavano esattamente a pelo dell’acqua. Anche se la cose non è di per sé impossibile, le probabilità di avere migliaia di vulcani che arrivano a mezzo metro dalla superficie dell’oceano e si fermano lì sono, siamo realisti, praticamente nulle. Eppure per secoli nessuno riuscì a fornire una spiegazione migliore. Almeno finché non arrivò quel genio di Charles Darwin.
Darwin diede senso all’incomprensibile durante uno dei lunghi viaggi intorno al mondo che diedero a lui l’opportunità di osservare e ragionare, e al resto del mondo di godere dei frutti della sua straordinaria perspicacia. È noto che Darwin lasciava ad altri scienziati il compito di dimostrare le sue teorie con esperimenti o analisi scientifiche. Lui osservava, ragionava e poi buttava lì ipotesi mai udite prima che scatenavano proteste e sdegnate smentite. Salvo poi risultare scientificamente perfette.
Fu semplicemente osservando gli atolli durante un viaggio nei mari del sud Darwin capì che laddove vi è ora una laguna circondata da palme vi era un tempo lontano una montagna di origine vulcanica che, in un processo durato milioni di anni, era lentamente sprofondata sotto il proprio peso fino a scomparire. I coralli che crescevano lungo la costa, tuttavia, avevano continuato a moltiplicarsi in modo da rimanere vicini alla superficie dell’acqua e ricevere l’ossigeno e la luce necessari alla loro sopravvivenza, formando un grande anello proprio laddove un tempo vi erano le coste dell’isola. Avete presente gli anelli che talvolta sono esposti in certe gioiellerie infilati su dei piccoli coni? Ecco, immaginatevi che il cono sia la montagna e la barriera corallina in formazione sia l’anello. A poco a poco la punta della montagna sprofonda e quando è sparita del tutto non rimane che la barriera corallina – in pratica l’anello – a circondare una splendida laguna laddove un tempo c’era la parte emersa della montagna – in pratica la punta del cono. Quando poi la barriera corallina in alcuni tratti cresce abbastanza da potersi ricoprire di piante grazie ai semi portati dal vento, ecco che l’atollo è nato. Minuscolo e sperduto, ma pronto a concedersi a qualche essere umano portato lì dalla furia del mare o – cosa molto più probabile – dal sovrapopolamento di un altro atollo.
Pohnpei è per il momento ancora un’isola, ma sta già impercettibilmente sprofondando. Dategli un altro mezzo milioncino di anni e la parte emersa non ci sarà più, e solo la barriera corallina che già la circonda (laddove un tempo vi era la costa originaria) rimarrà a ricordo degli antichi splendori.
Coperta da una fittissima foresta tropicale e coronata dalle inevitabili nuvole, Pohnpei ricorda poco i mari del sud e molto di più le impenetrabilità amazzoniche. Chi vuole godersi un po’ di acque cristalline, spiaggie coralline e palme cariche di noci di cocco deve armarsi di pazienza e trovare il modo lasciarsi Pohnpei alle spalle e visitare gli atolli della Micronesia. Questi di solito distano centinaia di chilometri l’uno dall’altro e raramente sono raggiungibili in aereo. Ma qui a Pohnpei siamo fortunati almeno per una ragione: l’atollo a noi più vicino è visibile dalle colline nei giorni di buona visibilità e si può raggiungere in un’oretta di barca. Unico neo: la barca deve essere relativamente grossa (il mare tra le due isole tende ad essere movimentato per via delle correnti) e avere due motori (lo so, lo so, i locali viaggiano ovunque in minuscole canoe, ma noi siamo creature moderne se il motore si ferma e non ce n’è un altro di riserva ci si ritrova nelle Filippine o in Australia, sempre che si riesca a sopravvivere, e non per scherzo).
Questo atollo a due passi da casa si chiama Ant, e ha una caratteristica assolutamente unica in tutta la Micronesia: appartiene ad una sola famiglia. Un secolo fa Henry Nanpei, il più famoso intrallazzatore (=uomo d’affari+polico) che la Micronesia abbia mai avuto riuscì a comprare metà Pohnpei e l’intero atollo di Ant dai suoi connazionali in cambio di oggetti ridicoli provenienti dal ricco occidente. I colonizzatori tedeschi e giapponesi riuscirono a toglierli la terra a Pohnpei, ma l’atollo è rimasto della famiglia (che ormai conta centinaia di discendenti, inclusa la mia padrona di casa) fino ai giorni nostri. Tutt’ora Ant è una riserva marina e bisogna avere il permesso per visitarlo, anche se nessuno vive in modo permanente sull’atollo (?!?). Stanno anche cercando di trasformarlo in un paradiso ecologico e hanno fatto richiesta di diventare una Bio-riserva, una cosa complicata che è stata concessa solo a tre altri atolli nell’intero Pacifico.
Approfittando del fatto che la mia amica Ryan è venuta a trovarci da New York, sabato scorso siamo andati ad Ant con i nostri amici della marina australiana che hanno la barca adatta. Sunto della giornata: a Pohnpei piove che dio la manda, usciamo in barca e ad Ant brilla il sole, facciamo snorkling per un’ora lungo la barriera all’interno dell’atollo, pranziamo su una spiaggetta incontaminata e torniamo a fare snorkling in una zona ricchissima di vongole gigantesche (40-50 cm) dai colori spettacolari. Il resto, ne sono certa, lo dicono le foto. Crepate d’invidia!

Ancorati all'interno della laguna di Ant guardiamo Pohnpei, sullo sfondo, coperta dalle nuvole.

La visibilita' sott'acqua era perfetta fino a circa 20 metri.

A nuotare viene fame!

La spiaggia scelta per il pranzo. Impossibile non sentirsi Robinson Crusoe!

Il Tenente Colonnello Barry Jones, comandante della marina australiana in Micronesia (e, piu' modestamente, della nostra barca) fa snorkling con il cappello da cow-boy per evitare di bruciarsi (da notare che infila maschera e boccaglio sopra il cappello).

Unici abitanti dell'atollo, decine di "Hermit Crabs" si abbuffano dei resti di una grande noce di cocco.

Matt si riposa dopo il pranzo all'ombra delle palme.

Ryan. La frenesia di New York non e' mai stata cosi' lontana...

23 maggio 2005

UFFICIALMENTE AVVOCATO ANCHE IN MICRONESIA

Da venerdì scorso Matt è ufficialmente un membro della Micronesia Bar Association – l’albo degli avvocati. L’iscrizione all’albo in Micronesia è richiesta solo per presentare casi davanti alla Corte Suprema, dato che per rappresentare il governo o un privato nelle corti inferiori la laurea in legge non è obbligatoria. In questo la Micronesia ha copiato in tutto e per tutto dagli Stati Uniti, dove un tempo a cause delle enormi distanze e delle poche strutture esistenti chiunque poteva accedere alla carriera forense. E gli Usa continuano a mantenere in parte questa tradizione: i giudici sono eletti dalla popolazione a livello locale, ma quanti di voi sanno che tra i requisiti richiesti NON c’e’ quello di avere una laurea in legge? Questo vale anche qui, e il Chief Justice della Corte Suprema della Micronesia che si vede nella foto non è, infatti, un avvocato.
Il fatto che questo accada nel 2000equalcosa è dovuto al fatto che essendo un giovane stato con solo 138.000 abitanti, la Micronesia ha grossi problemi ad avere un’università. O meglio, ce l’ha, ma è un college e come tutti i college fornisce un’istruzione piuttosto generica, qualcosa di simile ai nostri due ultimi anni del liceo e primi due d’università. Giurisprudenza nel sistema americano e micronesiano è un master che si fa finito il college. Per ora e per parecchi anni a venire non c’è speranza che di avere una Law School in Micronesia, e visti i costi non ce n’è nemmeno la ragione. I micronesiani che vogliono diventare avvocati devono andare all’estero, di solito negli Usa perchè possono accedervi senza visto e hanno accesso alle borse di studio riservate agli americani. Purtroppo a causa del non-proprio-eccelso livello d’istruzione in Micronesia sono pochi quelli che riescono ad accedere alle selettive Law Schools e ad avere una borsa di studio. Quei pochi che ce la fanno di solito rimangono in America a fare un po’ di soldi ed accumulare esperienza. Ecco perchè il governo federale qui assume avvocati stranieri.
Come si vede dalla foto, solo Matt ed un altra persona hanno passato l’esame di stato quest’anno ed hanno avuto l’onore di prestare giuramento davanti al giudice (l’unico) della Corte Suprema. Il giuramento è cosa talmente rara (l’esame di per sé non è proprio facilissimo perchè mancano libri di testo su cui prepararlo) che la Corte offre un rinfresco a cerimonia finita!!! Da notare inoltre l’abbigliamento informale. Un collega di Matt l’anno scorso si è presentato davanti in Corte in cravatta e l’udienza è iniziata con un rimbrotto del giudice: “Please take off that tie. It makes me feel uncomfortable.” (Per favore si tolga quella cravatta, mi fa sentire a disagio.) E allora evviva le camicie hawaiane!

I do!

20 maggio 2005

SEBASTIAN CRESCE...

Finalmente sono riuscita a fare a Seb un po' di foto. Devo confessare che non mi ero resa conto di quanto fosse cresciuto finche' non ho visto le foto. Come potete vedere i capelli tardano ancora a farsi vedere, ma lo abbiamo rasato qualche settimana fa e - lo giuro - sono piu' folti (difficile da credere, lo so).

Ormai e' un ometto!

19 maggio 2005


Con Felicia, che ha per lui una vera e propria cotta!

Sogni d'oro.

Da notare il completo UCLA mandato dal nonno Wayne, che li si e' laureato (cosi' come Matt).

Pronto allo scatto!!!

Sebastian adora farsi fotografare, ma durante questa serie di foto ogni volta che sollevavo la macchina si chinava leggermente verso di me (notare che sta in piedi sopra il tavolino del salotto!) e strizzava gli occhi in attesa del flash!

Viaggio a DC

Il primo viaggio da quando lavoro per The Nature Conservancy e' stato a Washington, DC, per un training. A parte il volo veramente infinito - circa 42 ore da Pohnpei, compresa una lunghissima sosta a Honolulu nelle Hawaii - e' stato bellissimo rivedere Barbara, Lorenzo e Maya, fare un po' di shopping e mangiare bene! C'e' stato anche il tempo di fare un salutino alla nostra casetta (momentaneamente affittata ad una fastidiosissima coppia di bancari che non fanno che lamentarsi), una visita alla libreria della Banca Mondiale e una mattinata al nuovissimo - e bellissimo - Museo degli Indiani delle Americhe.

Barbara e Leonardo (recentemente privato dei suoi lunghi capelli biondi)

La nuova casa di Barbara, Lorenzo e Leonardo a Georgetown.

Maya e la bellissima Electra. Dimitri purtroppo era in Peru' per lavoro.

L'ultimo giorno del training e' stato tutto dedicato al field trip, la visita ad una delle innumerevoli aree comperate da The Nature Conservancy nei suoi 50 e passa anni di vita allo scopo di preservarla per le generazioni future. A mezz'ora di macchina da Washington, Potomac Gorge e' stupenda, piena di animali, di piante e aperta al pubblico (gratis).

La ragione per cui The Nature Conservancy ha comperato quest'area e' la sua incredibile varieta' di piante e animali, una delle piu' alte in questa parte degli Stati Uniti. Nonostante si trovi a svariate decine di km dal mare vi si trovano persino sabbia e conchiglie!

Che sorpresa sapere che l'isola in mezzo al fiume Potomac si chiama Olmsted!!!

Il Worldwide Office - ovvero la sede centrale - di The Nature Conservancy a Washington, dove si e' tenuto il training. Costruito secondo criteri di protezione dell'ambiente e risparmio energetico ha anche un bel giardino di piante autoctone aperto al pubblico sul retro. Per una scelta voluta non c'e' ne' un impianto di irrigazione ne' un giardiniere: turno tutto il personale - indipendentemente dal ruolo - annaffia, sradica le erbacce, pianta e fertilizza!

Il 18mo museo del gruppo Smithsonian (statale, quindi tutti gratis!): lo splendido National Museum of American Indian

29 aprile 2005

Fiocco rosa in casa Hanisch

Parecchi di voi conoscono il mio caro amico Friedrich Hanisch. Lui e la sua bellissima moglie Peggy erano al nostro matrimonio e sabato scorso, 23 aprile 2005, hanno avuto una bimba. La piccola si chiama Konstanze e alla nascita pesava 3,130 kg.

Ho già detto a Friedrich che dovremmo combinare il matrimonio tra lei e Sebastian, così possiamo diventare consuoceri!

BENVENUTA KONSTANZE!


Non e' un amore???

David Magaw

Avevo deciso di non farne un racconto, perchè sarebbe stato troppo triste. Ma poi Felicia ha scritto un pezzo...
La settimana scorsa uno dei nostri amici qui a Pohnpei si è tolto la vita. È stata un’azione a lungo pianificata di cui molti di noi erano in qualche modo a conoscenza, dato che lui ne aveva parlato per mesi. David Megaw era bello, brillante, educato e gentile. Ma soffriva di depressione sin dall’adolescenza. I suoi genitori hanno scritto una lettera che è stata letta durante il memorial - la cerimonia tenutasi all’Università della Micronesia dove David insegnava – dicendo che nessuno di noi deve sentirsi in colpa, perchè non c’era nulla che noi avremmo potuto fare. David ha aspettato che la sua migliore amica (ed ex-fidanzata) fosse in vacanza per farla finita. Aveva detto che avrebbe fatto così e così ha fatto. Ha lasciato pagine di istruzioni e scatole di regali per gli amici. Ha prelevato i soldi necessari per il trasporto della salma. E poi si è impiccato.
Al memorial la nostra amica Felicia ha letto un pezzo su David scritto da lei, e per fortuna che Sebastian ad un certo punto si è messo a cantare “Oh Oh Bah Bah Bah” e ho dovuto portarlo fuori perchè grondavo lacrime come un temporale tropicale. Il pezzo è allegato qui sotto. È in inglese, tradurlo mantenendo lo stile di Felicia sarebbe stato impossibile. Come lei sia riuscita a leggerlo mantenendo il sorriso sulle labbra rimane un mistero.

David Megaw
by Felicia Hunt
April 25, 2005

Over the last year I have had the pleasure of getting to know David Woods Alexander Megaw. David was my colleague here at the college. David was also my friend.
At the college, David and I worked on assessment issues together. Over the last few days, I have spent a lot of time thinking about the work we did. We attended meetings together, traveled together, took coffee breaks together, and worked on projects together.

I have also had time to think about the time I spent with David socially. We went to movies, we went to parties, we spent time at Black Coral and we went boating. It is from all these experiences that I learned two very important things about David:

David was a gentleman and a gentle man.

David was a real gentleman.
A gentleman is someone who is well-mannered, considerate and proper. David was all of these. David was also charming: He opened doors, offered people help, and knew everyone’s name. David made people feel like they were the most special person in the room. When David was around, his smile grabbed your attention. It was infectious.

David had a smart sense of humor. His wit was one of his finest assets. While we were traveling to the other states, David gave the people we met nicknames. These nicknames were not just funny – they were also cute. I think one person was named Happy, another Sleepy, and still another was named Cyrano – can you guess why? He chose his names from literature or movies or from a story they told.

I am not sure what my nickname was – but he teased me about talking too much. I can only imagine that David is somewhere thinking to himself…I wish that “Chatty Cathy” would just sit down and stop talking about me. David was embarrassed by public recognition.

David cared so much for the people around him. David made friends wherever he went including the bank, the gas station, the Cliff Rainbow, the college, the Last Stop, and the Rusty Anchor. He had inside jokes with all. He loved teaching and working with students. A strong paper from a student would make his day. A compliment from an administrator or a faculty member was an honor – although he celebrated all compliments privately.

David loved traveling, he was an avid reader, a big tipper and I am told a great cook. I remember being in a room with a number of women not too long ago. David walked in and chatted with all of us. I am not naming names – but when David left the room, all the ladies giggled. No one ever confessed the real reason for the burst of laughter – but it was no secret. David was a handsome man. His presence was not just a result of his great looks, but the fact that he was a gentleman throughout.

David was also a gentle man. A gentle man is someone who is kind, considerate, and tender-hearted. All these words define David Megaw. David had a heavy heart and hated to see people hurt. He was an ethical person who lived his values. He stuck up for all people and, according to one of his friends, always kept things “high brow.” I remember a long chat David and I had about homophobia. He hated hearing about all the hate in this world.

David had a gentle style with people. For example, when David and I talked about our work at the college, he would tease me. He always said I was worth more than a few dollars per day . . . but not much more.

David’s humor was not just sweet, but also dry. When we went shopping in Guam, we stayed at the mall for hours and hours. At every shop, I would try on clothes and buy things. Obviously bored, David would sit on the bench and read. At one point I said: “Hey David, great news – the stores do not close tonight until 8:00.”

David then looked at his watch and noted in his fine Queen’s English: “If we are to be here until 8:00 this evening, I will need to buy more books.”

David once lent me his extensive movie collection. David knew that I compulsively cry during sad movies. Knowing that I was already homesick during the holidays, he wanted me to be well aware of those movies that would require more than two boxes of Kleenex. I appreciated his rating system. And, while some people rent DVDs based on the American rating system that uses the PG, Pg-13, or R categories, I now watch movies based on David’s very personalized and caring labels. He was gentle in that way.

One day, David shared with me a recorded call that he had analyzed for his dissertation. The call had been made from a frantic mother to an emergency operator. The recording started with the mother crying into the phone that her newborn baby wasn’t breathing. The operator on the other end of the call delivered instructions over the phone that helped the mother administer care to her baby. At the end of the recording, the baby began crying – which indicated that the baby had been saved.

David analyzed this recording as part of his master’s degree. When David and I listened to this recording, we both cried. I know David had heard this recording many, many times – after all his dissertation was over one hundred pages – but the tenderness of this recording still touched him. His response touched me. David received honors for this paper.

David was a gentleman and a gentle man. While all gentlemen are expected to open doors, small acts like that were more an example of David’s ability to be a gentle man than just a polite person. He cared about people in a way that was sincere, supportive, thoughtful, generous, ethical and real.

One of the highest compliments anyone could receive was to have David Megaw as a friend. I feel comfortable speaking for all of us when I say: We will miss him.

27 aprile 2005

MIC Coordinator

Lavoro, lavoro, lavoro. Dopo essere stata ripresa da parecchi di voi per non aver specificato di che lavoro si tratta, non mi resta che passare la pausa pranzo davanti al computer e fornire una – relativamente – succinta descrizione. Ma da dove cominciare? Forse da un pranzo nel novembre dello scorso anno...
Avevo da poco cominciato a guardarmi in giro per quanto riguarda il lavoro, quando avevo incontrato Katharine, americana sposata ad un micronesiano cresciuto negli States e da un anno trasferitisi a Pohnpei. Lei lavorava per un’organizzazione americana – The Nature Conservancy – e tramite amici comuni mi aveva fatto sapere che cercavano una persona per un progetto in collaborazione con l’Università. Eravamo così andate fuori a pranzo e dato che Kate è uno spasso eravamo rimaste a chiacchierare fino a che gli impegni ce l’avevano concesso, lasciandoci con la promessa di risentirci per telefono e discutere veramente di lavoro. Un paio di giorni dopo, tuttavia, una delle persone che era a pranzo con noi mi aveva chiamato per dirmi che Kate aveva lasciato il marito, il lavoro e il paese con i suoi due bambini il giorno dopo il nostro incontro e nessuno aveva la più pallida idea di dove si trovasse. E il suo posto era improvvisamente diventato disponibile...
The Nature Conservancy (TNC) è un’organizzazione non governativa (ong, per quelli di voi che non sono del settore) non molto conosciuta al di fuori degli Stati Uniti. Si tratta di una scelta voluta – lo slogan per lungo tempo è stato qualcosa come “occuparsi di ambiente silenziosamente” – ma a quanto pare la cosa non ha impedito a TNC di diventare la più grande organizzazione al mondo ad occuparsi di conservazione dell’ambiente. Fondata nel lontano 1951 oggi TNC opera in tutti i 50 stati degli USA e in 27 altri paesi, conta 1 milione di membri, ha circa 3200 persone assunte a tempo pieno (di cui 720 scienziati), 1500 volontari e un budget stratosferico di 600 milioni di dollari all’anno. Chi è curioso e ha tempo può dare un’occhiata al sito
http://nature.org .
Una delle caratteristiche più note dell’organizzazione, è il fatto ogni qualvolta è possibile protegge aree di grande importanza ambientale in un modo piuttosto unico: comprandole. Attualmente TNC negli Stati Uniti possiede e amministra circa 15 milioni di acri – l’equivalente europeo di 6 milioniè di ettari – con straordinari risultati di consevazione. Per ragioni etiche, tuttavia, l’acquisto della terra non viene effettuato all’estero. In Micronesia sarebbe comunque impossibile – nessun non-micronesiano può possedere terra – e sinceramente non vedo quale vantaggio potrebbe portare. Ma chiedete ad un americano che cosa fa The Nature Conservancy e siete quasi certi che vi risponderà “Compra terra!” Naturalmente fa migliaia di altre cose, ma questa è un po’ il suo biglietto da visita.
TNC opera in Micronesia dal 1990. L’ufficio fu aperto dal mio capo Bill Raynor, che è tuttara l’anima e l’incontrollabile forza dietro a tutte le attività e i successi dell’organizzazione. Bill merita un racconto a parte, sto cercando di convincerlo a scrivere un libro ma tenendo conto che viaggia da un’isola all’altra dell’intero Pacifico 20 giorni su 30, ha 6 figli, una fattoria e una famiglia allargata che include svariate centinaia di persone mi sa che il progetto va ben oltre le sue già marziane capacità lavorative. Avendo passato 26 anni in questo paese, sposato una donna del posto – la figlia di un capo – e scelto di restare qui per il resto della sua vita, Bill sa benissimo cosa funziona a queste latitudini e come farlo funzionare ancora meglio. Regola n.1: se vuoi risultati e se vuoi che durino a lungo devi lavorare attraverso la gente del posto. Ovvio, ma chi di voi lavora o ha lavorato con ong o altre organizzazioni internazionali sa quanto questo sia un concetto tanto vago quanto difficile da applicare. In Micronesia la terra pubblica è pochissima. La terra, ogni terra – che sia isola, spiaggia, atollo, o foresta – appartiene ai locali. Se vuoi proteggere l’ambiente non puoi far altro che convincere la gente che è nel loro interesse farlo. In questi tempi moderni, tuttavia, non é sempre facile. Le maggiori fonti di reddito della Micronesia provengono dalla natura: la pesca – le licenze per pescare in questi ricchissimi mari sono costosissime e ambitissime – il turismo, i prodotti delle noci di cocco (latte, oli, prodotti di bellezza), tanto per citarne alcuni. Conservare l’ambiente significa sostenere l’economia. Ma significa anche preservare la cultura e le tradizioni di questa genta, che alla natura deve praticamente tutto, anche se talvolta non se ne rende conto.
Quello che Bill ha deciso di fare tramite The Nature Conservancy non è tuttavia cercare di convincere direttamente la gente del posto a proteggere l’ambiente, ma di mettere tutte le risorse dell’organizzazione a disposizione di persone che si occupano di ambiente, così che loro possano lavorare, come si dice, direttamente nel field. In pratica Bill aiuta le ong locali e i dipartimenti dell’ambiente dei vari governi (statali e federale) a fare il loro lavoro: li aiuta a mettere in piedi le organizzazioni, fa parte dei loro consigli direttivi, organizza training, li aiuta a raccogliere fondi. Il nostro ufficio ha un budget di 1,4 milioni di dollari, e siamo solo in tre più due segretarie. Tutto il denaro se ne va in quello che si chiama “capacity building.”
E qui entro in scena io. Un paio d’anni Bill ha accettato la sfida di lanciare un progetto pilota in Micronesia su proposta dell’ufficio di TNC alle Hawaii, che copre l’intera area dell’Asia-Pacifico. L’idea è semplice: creare un network di persone in posizioni chiave che si occupano di ambiente. Il network si chiama Micronesians in Island Conservation (MIC) e ne fanno parte un numero ristretto – 18 al momento – di persone scelte in quanto: 1) originarie della Micronesia o da lungo tempo residenti qui, 2) a capo di organizzazioni o agenzie governative ambientali, 3) con vasto potere amministrativo e decisionale.
I membri dell’MIC si incontrano due volte l’anno in posti sempre diversi per un “ritiro” di quattro giorni. In pratica il ritiro consente a queste persone di discutere di conservazione dell’ambiente in questa regione e di stabilire tutta una serie di contatti e strategie per i mesi o gli anni a venire. Le enormi distanze e i costi dei viaggi e delle comunicazioni, infatti, rendono spesso difficili i contatti tra queste persone. TNC paga per tutto questo. Ma non solo. Permette loro di aiutarsi a vicenda nei mesi tra i ritiri e fornisce tutta una serie di supporti technici ed economici. E i risultati si sono visti subito. Da progetto pilota l’MIC è diventato un network permanente e invece di lunghe negoziazioni adesso basta una telefonata tra i membri per raggiunger un accordo. L’accordo economico-ambientale tra le ong e il governo per l’intera area del Pacifico, tanto per citare un esempio, ha richiesto in media un anno per paese per essere approvato. In Micronesia l’accordo è stato firmato in meno di un mese, dopo che il contenuto era stato ampiamente dibattuto durante uno dei ritiri da parecchi dei firmatari.
A me spetta il compito di coordinare l’intero network. Non è sempre un compito semplicissimo, perchè i membri dell’MIC hanno, per dirla in modo diplomatico, delle personalità decisamente forti. Sono dei leaders in quello che fanno e spesso sono dei capi all’interno delle loro comunità. Vederli interagire è a dir poco interessante. A me spetta l’intera organizzazione dei ritiri (viaggi, alloggio, logistica in genere). In collaborazione con trainers ben più esperti di me, preparo il materiale per il ritiro. Questo comporta mesi di lavoro, dato che i membri dell’MIC misurano in continuazione i progressi dei loro progetti con una serie di valutazioni standard che richiedono analisi, paragoni e aggiornamenti. Contatto e contratto i trainers che vengono a fare sessioni particolari del ritiro. Durante i ritiri sono uno dei facilitatori nelle discussioni. Nelle settimane che seguono il ritiro preparo i rapporti, mando in giro la lista degli accordi stabiliti durante il ritiro e i compiti di ognuno. Etcetera, etcetera, etcetera. Il tutto tenendo conto che faccio training direttamente alle varie organizzazioni e devo tenere me stessa aggiornata e a partecipare alle riunioni dei gruppo di cui TNC Micronesia fa parte. A maggio vado a Washington per 9 giorni. Ad agosto sono a Palau (che è un posto stupendo!) per 6 giorni e in Australia per 11. E poco dopo c’è il prossimo ritiro alle Marianne e un altro training a Bali. Per il resto del tempo posso lavorare dove mi pare – come mi disse Bill durante il mio primo, incidentato, giorno di lavoro: “Puoi lavorare in ufficio o a casa, al ristorante o in bagno, mi basta che le cose all’MIC funzionino”. Ora, cosa può volere uno di più dal proprio capo?

PS: Due settimane dopo essere sparita tanto all’improvviso, Katharine aveva dato notizie di sé a Bill e continuato a lavorare part-time come coordinatore dagli Stati Uniti finchè il lungo processo per trovare il suo sostituto non è terminato e io ho preso il suo posto. L’ho sentita più volte per telefono e mi ha confessato che il nostro pranzo il giorno prima della sua improvvisa partenza era stata la cosa più divertente in quel periodo di crisi familiare.

I membri dell'MIC e i coordinatori in posa per il ritiro a Pohnpei (aprile 2005).
Bill e' il secondo da destra nell'ultima fila. Di fianco a lui con la maglia nera Noah Idechong, senatore e fondatore del movimento ambientalista in Micronesia. Seduto al centro il grande capo Charles (seriamente, il suo titolo provoca rispetto immediato) e di fianco a lui Mary Rose, figlia del primo presidente della Micronesia, con la piccola Marainne ("luce" in pohnpeiano), mascotte del gruppo. Dietro a Charles, Kathy, la prima donna antropologa in Micronesia.

21 aprile 2005

Pohnpei e Guiness

Tanto è cambiato a Pohnpei dai tempi in cui i soli padroni di queste terre e queste acque erano fieri navigatori che a bordo di canoe solcavano i mari con l’aiuto delle stelle. Alcune cose, tuttavia, sembrano essere passate indenni attraverso la forza distruttiva dei colonizzatori e conservano il senso della tradizione.
Un tempo l’isola era divisa in 5 regni. Oggi è divisa in 5 municipalities che ricalcano i vecchi regni e hanno mantenuto praticamente intatta la complessa stuttura sociale fatta di titoli, gerarchie e clan, anche se hanno perso gran parte dell'antico potere: Sokehs, Nett (pronuncia “Necc”), Kitti (pronuncia Kicci”), Madolenihmw (pronuncia come vi pare se riuscite a leggere l’intera parola senza impappinarvi) e infine U (pronuncia, guardacaso, U). Ed è proprio la lunghezza – si fa per dire – di questo nome a dare a Pohnpei il suo unico record nel libro dei Guiness. Per quanto mi riguarda quelli di U meriterebbero un premio comunque per aver sfidato l’ordine stabilito scegliendo una parola 1) lunga meno di 10 lettere e 2) priva di lettere impronunciabili, 3) priva di significato! W U!!!

Le 5 municipalita' di Pohnpei.

03 aprile 2005

Primo giorno di lavoro

Non è che avessi grandi pretese. Veramente. Non ambivo a cominciare il nuovo lavoro impressionando capo e colleghi con quel misto di energia/sicurezza in sé stessi/battuta pronta/sorriso perenne che gli americani considerano un requisito essenziale d ogni nuovo assunto. No, ambivo solo a ricordarmi i nomi delle segretarie, a non fare imperdonabili gaffe e soprattutto ad evitare di dare al capo l’impressione di aver assunto la persona sbagliata. Ma le cose – naturalmente – erano andate inevitabilmente storte. Era lunedì, e io ho una certa tendenza ad odiarli i lunedì.
Tanto per cominciare la mia giornata era iniziata alle 4 e 45 del mattino, quando un’auto piena di gente che aveva evidentemente passato la notte tra domenica e lunedì dandosi ad attività altamente alcoliche aveva scelto la strada davanti a casa nostra per portare a termine un’accorata discussione riguardante argomenti incomprensibili – parlavano in pohnpeiano – ma che viste le urla e i pugni devono essere stati di notevole importanza. Faccio presente che abito esattamente di fronte al capo della polizia, il quale però deve avere il sonno più pesante dell’isola. Sfortunatamente i suoi cani soffrono del problema opposto, e una volta esaltatisi per un’inaspettata attività notturna sono in grado di sedersi in mezzo alla strada buia e abbaiare come osannati per ore intere, senza che peraltro nessuno dei loro padroni si sogni di mettere il naso fuori dalla finestra e cacciare un urlo per zittirli. E così è stato in questo caso.
Nonostante le occhiaie ero arrivata in ufficio convinta che nulla avrebbe potuto smorzare il mio entusiasmo per aver catturato il mio lavoro ideale in Micronesia. Il mio ottimismo, tuttavia, aveva immediatamente ricevuto un brutto colpo: il grande capo Bill mi aveva infatti accolto annunciandomi che a causa della pila di carte da compilare e spedire negli Usa per la mia assunzione, la sede centrale aveva deciso che non avrei iniziato quel giorno ma la settimana successiva. Una serie piuttosto variegata di imprecazioni aveva immediatamente fatto capolino tra i miei pensieri, ma avevo invece diplomaticamente optato per un educato “No problem, it’s ok”, come ci si aspetta da ogni bravo nuovo assunto. E invece tutto era pronto per permettere alla famiglia di funzionare nonostante il mio lavoro: la tata per Sebastian, i vestiti lavati e stirati, la spesa fatta. Per non dire del fatto che il venerdì precedente avevo festeggiato l’assunzione invitando un po’ di amici fuori per un aperitivo, ed era finita che erano arrivati in una trentina e nessuno si era schiodato per le sei ore successive. Tanto per capire quanto poco c’è da fare in questo posto.
Bill era ancora più scocciato di me, e almeno lui non lo nascondeva. La persona che sostituivo aveva lasciato l’isola (e il marito) da un giorno all’altro, sparendo senza dare spiegazioni quattro mesi prima, e la situazione aveva raggiunto una fase decisamente critica. Ma a Washington erano stati chiari e lui non aveva scelta. Per cercare di attenuare la delusione di entrambi avevo suggerito di portarmi a casa un po’ di materiale da leggere, tanto per prepararmi all’incarico, e Bill aveva apprezzato. Qualche minuto dopo, tuttavia, era ricomparso alla mia porta con una timida proposta: magari potevo lavorare lo stesso quella settimana senza essere pagata, lui in cambio mi avrebbe dato una settimana di ferie extra quando volevo io. Quello che aveva trattenuto dall’abbracciarlo era stato non tanto il fatto che è il mio capo, è grande, barbuto e nonno di una serie indeterminata di nipotini, quanto il fatto che in Micronesia Bill è in tutto e per tutto una leggenda, con tanto di moglie del posto, sei figli adottati e la reputazione di conoscere questi luoghi e i suoi abitanti come nessun altro. Per non parlare del fatto che sua moglie lavora part time con noi e qui le donne sono gelose e hanno la tendenza a marcare il territorio con il machete! Ma una volta siglato l’accordo con un sorriso, avevo potuto sedermi alla scrivania e prendere possesso del mio ufficio. Le cose sembravano finalmente avre preso la giusta piega. Almeno fino alla pausa pranzo.
Per pranzo ero andata a casa a dare un’occhiata al piccolo e a farmi una pasta, anche se le verdure mancavano da settimane e la creatività in cucina aveva raggiunto livelli da laboratiorio chimico. La scelta era caduta su dei semplicissimi tagliolini al pomodoro – gli ennesimi – e tra un abbraccio e una coccola a Sebastian avevo messo su l’acqua e preparato il sugo. Ma tale è la qualità della pasta da queste parti che pochi secondi dopo averla messa dentro la pentola si era tutta attaccata, formando un solido blocco che aveva immediatamente resistito ogni tentativo di sgomitolamento. Scocciata avevo così sollevato leggermente la matassa collosa nella speranza che i tagliolini tornassero improvvisamente ad avere vita propria, quando del tutto all’improvviso il blocco si era diviso in due. Una parte era rimasta attaccata alla forchetta, l’altra era precipitata nell’acqua bollente sollevando non spruzzi, ma due masse d’acqua che si erano immediatamente e inequivocabilmente dirette verso di me. Un salto all’indietro eseguito a notevole velocità – per quelli che sono i miei riflessi medi – mi aveva permesso di schivarne una. Ma la seconda era piombata dritta dritta sul mio piede destro che, com’è tradizione del luogo, stava tutto bello scalzo.
Dopo l’inevitabile urlo avevo sollevato i jeans ed infilato il piede sotto il getto dell’acqua fredda del lavandino della cucina, cercando di non farmi prendere dal panico. Le mie nozioni di primo soccorso sono ridotte al lumicino per la mia ben nota incapacità di avere a che fare con i malanni della gente senza piombare a terra svenuta. Una cosa che mi ricordavo, tuttavia, era che in caso di bruciature la temperatura della pelle va tenuta bassa per evitare che continui a bruciare. Saltellando avevo così raggiunto il frigo, preso del ghiaccio, e dopo averlo infilato in un sacchetto avevo e messo il piede sotto quella massa gelida. Dopo un paio di minuti il dolore si era attenuato. Ottimista avevo tolto il ghiaccio e il dolore era ritornato in meno di un secondo. E così anche il mio panico. Che fare? Il pronto soccorso dell’ospedale era da escludere a priori, non solo avrei fatto coda per ore, ma le condizioni del posto lasciano altamente a desiderare. Avrei potuto andare da Dr. Isaac – l’unico medico in tutto il paese ad aver studiato in un’università occidentale – il cui studio sta a due minuti da casa nostra, ma l’idea di dover chiamare Bill e fornirgli una qualsiasi spiegazione per il ritardo era più dolorosa della bruciatura. Non mi restava che provare la farmacia e vedere se una crema poteva portare qualche beneficio.
Avevo così avvolto il sacchetto del ghiaccio in un canovaccio e lo avevo fissato al piede con un elastico, così da potermi muovere più o meno liberamente. Avevo poi baciato Sebastian, detto alla tata cosa preparargli da mangiare, salutato sua cugina che era venuta a trovarla, afferrato al volo le mie cose ed ero uscita. Ero salita in auto con un sandalo solo, il ghiaccio ancora saldamente in cima al mio piede, e avevo fatto velocemente retromarcia. BOOOOM! Per un attimo la sorpresa mi aveva lasciato senza parole. Ma uno sguardo allo specchietto retrovisore aveva dato il via ad una serie ripetuta di imprecazioni tutte uguali: “F**K! F**K! F**K! F**K! F**K! F**K!!!!!!!”. Il fatto é che casa nostra si trova in cima ad una collinetta e la stradina d’entrata é piuttosto ripida e curva. Una volta parcheggiato in cima c’é un solo modo di girarsi senza dover fare mille manovre e senza ridiscendere la stradina in retromarcia. Dopo tutti questi mesi io e Matt usciamo dal parcheggio ad occhi chiusi, o meglio senza guardare. Una volta che hai le misure della macchina e del giardino ci si mette un attimo. A meno che.... qualcuno in visita a casa nostra non parcheggi la sua auto nel posto sbagliato. La cugina della tata viene spesso a trovarla e a giocare con Sebastian e parcheggia sempre lontano dalla mia zona di manovra. E così nemmeno questa volta mi ero preoccupata. E invece avrei dovuto, perchè a sua auto stava esattamente nello spazio dove ci giriamo.
Continuando ad imprecare senza sosta ero scesa dall’auto saltellando su un solo piede, convinta che quella specie di carro armato a quattro ruote motrici che guido avesse distrutto la sua berlina di sesta mano. Lei era uscita di corsa da casa ripetendo in continuazione “It’s ok, it’s ok”, probabilmente preoccupata che me la prendessi con lei. E forse avrei dovuto, primo perchè sa benissimo dove dovrebbe parcheggiare, poi perchè il peggio l’aveva avuto proprio il paraurti della nostra Toyota, mezzo penzolante anche se privo di danni. Possibilmente ancora più incavolata di quanto già non fossi ero risalita in auto diretta verso la farmacia. La farmacista mi aveva dato una crema che aveva portato un immediato sollievo, tanto che ero riuscita a togliere il ghiaccio, infilarlo in borsa e fare un’entrata dignitosa in ufficio indossando entrambe le scarpe. Avevo continuato ad usare il ghiaccio per l’intero pomeriggio, ma verso sera era chiaro che il mio piede non riportava segni permanenti di bruciature e il dolore era quasi scomparso. E così era finito anche il mio primo giorno di lavoro. Ne ero uscita più o meno indenne, anche se psicologicamente provata.
Era stato solo il giorno dopo che Matt, uscendo di casa per andare al lavoro, aveva esclamato – con il tono di voce che solo gli uomini hanno quando si tratta dell’auto, non importa se vecchia di 14 anni come la nostra – “Oddio! Cos’è successo al paraurti?!?”. “Oh quello” avevo mormorato passandogli di fianco e salendo in auto “è così per via dell’acqua bollente che mi sono rovesciata sul piede”.

04 marzo 2005

Faccende domestiche (parte 2)

AVVERTIMENTO N.2: Se vuoi sapere cosa succede nel mondo, non guardare la televisione
Tenersi aggiornati quaggiù richiede applicazione e pazienza. L’unico giornale non ha che una decina di pagine, esce ogni due settimane e si occupa solo di Pohnpei e dintorni. In pratica come leggere la pagina di Jesolo e San Donà nel Gazzettino di Venezia un paio di volte al mese. Distensivo, ma decisamente limitante. L’unica radio dell’isola trasmette principalmente musica – soprattutto revival o roba micronesiana tradizionale – mentre le notizie sono in svariate lingue locali, sfortunatamente tutte a noi sconosciute. Infine Internet costa una cifra esagerata per una connessione lentissima di poche ore al mese che richiede una dose decisamente elevata di tenacia. La tv è quindi l’unico mezzo che consente di sapere cosa succede nel resto mondo. O così pensavamo.
L’acquisto della televisione in casa Olmsted era stato ampiamente dibattuto e lungamente posticipato: a Londra non ce l’avevamo e non ne avevamo sentito la mancanza, e qui sembra che l’umidità accorci di svariati anni la vita di qualunque apparecchiatura elettrica. E così non riuscivamo a deciderci. Era stato Matt a sbloccare la situazione facendosi convincere da un collega micronesiano ad acquistare la sua tv usata. I due erano così apparsi alla porta di casa durante la pausa pranzo con un grande apparecchio non proprio nuovissimo ed io mi ero improvvisamente animata all’idea di vedere un telegiornale. Ma dovevo ancora imparare che anche le cose più semplici quaggiù testano la pazienza anche del più benintenzionato degli esseri umani.
Il primo ostacolo è causato delle distanze oceaniche – nel senso più letterale del termine. L’immensità degli spazi rende infatti inutile l’uso delle antenne e la tv non si può guardare se non via cavo. La cifra dell’abbonamento non mi era sembrata per niente modica – 25 dollari di installazione più 25 al mese di abbonamento per una manciata di canali – ma non ci sono alternative. Avevo così dovuto pagare, per dirla in maniera educata, con malcelata riluttanza.
Quando i tecnici erano venuti ad attivare la connessione, tuttavia, avevamo fatto due scoperte sconcertanti. La prima é che la tv è giapponese. E non mi riferisco solo alla marca. In pratica è impossibile sintonizzare canali e funzioni a meno di non conoscere i geroglifici del Sol Levante. I tecnici avevano fissato lo schermo per parecchi minuti con un’espressione di ovvio disorientamento, troppo educati per dirmi di arrangiarmi. Ed era stato con palese sollievo e considerevole velocità – per gli standard locali – che se ne era andati dopo essere stati rassicurati che ce ne saremo occupati noi. Noi… si fa per dire. Avevo lasciato infatti a Matt l’onore di passare un’intera serata ad sacramentare con i canali – sottovoce, naturalmente, poiché si trattava di un suo acquisto – mentre io gongolavo all’idea che, una volta tanto, la fregatura non l’avevo presa io. Quando finalmente le immagini erano comparse sul video avevamo fatto la seconda, sconcertante scoperta: la maggior parte dei programmi, telegiornali inclusi, erano vecchi di settimane. Incapaci di capire il problema abbiamo chiesto in giro… e la rassegnata risposta è stata che i programmi vengono registrati in videocassetta in Usa e in Australia, portati qui via aerea e trasmessi esattamente due settimane dopo essere stati mandati in onda nei paesi d’origine. Per la modica cifra, scusate se mi ripeto, di 25 dollari al mese, 300 all’anno. ?@#*&!!!!! (traduzione censurata)
Immagino che a molti di voi questo non sembri nemmeno un problema, in fondo la tv italiana non fa che mostrare vecchi programmi, ma provate a guardare ogni giorno telegiornali e programmi di attualità vecchi di 14 giorni e poi ne riparliamo. Come il protagonista di “Ritorno al futuro” guardiamo tutta la tv sapendo esattamente che cosa sta per accadere. Voglio dire, l’intera comunità degli espatriati a Pohnpei si stava appena riprendendo dalla prevedibile ma deludente sconfitta di John Kerry alle elezioni americane (vissuta in diretta ad un mitico party durato una decina di ore) che avevamo dovuto rivivere il penoso tran tran degli exit poll, le interviste e i risultati sapendo già il risultato. Il conto alla rovescia per il Natale – con programmi pieni di addobbi, canzoni, consigli per i regali e babbi natale di tutte le forme – qui è terminato l’8 gennaio. E lo stesso vale per le tragiche immagini dello tsunami.
Ci sono, a dire la verità, due canali che trasmettono in diretta usando il satellite. Uno è il canale australiano Star World, che però appartiene a quel bigotto, ultra-conservatore amico di Bush che è il magnate Rupert Murdoch, proprietario tra l’altro dell’assolutamente inguardabile Fox, al cui confronto il telegiornale di Fede sembra la quintessenza della neutralità (quelli di voi che stanno negli States mi capiscono). L’altro è la CNN del Pacifico, che però come tutte le CNN è difficile da sopportare per più di qualche minuto al giorno senza provocare attacchi di ansia da tragedia e/o stupidità – proprio ieri la tizia che si occupa del World Weather annunciava con espressione orgogliosa e sorridente che, ebbene si, nevicava sull’Himalaya! Che dire, per fortuna che trasmettono Friends.
(Continua)

28 febbraio 2005

Faccende domestiche (parte 1)

Prima di venire in Micronesia avevamo comperato tutti i libri che eravamo riusciti a trovare su questo luogo. Non erano molti e uno dopo l’altro, nelle afose serate dell’estate veneziana, erano stati letti, analizzati e discussi. Erano libri di storia, di economia, di antropologia, guide turistiche, raccolte di leggende e tradizioni. Ci avevano detto ogni cosa su questi posti e quando arrivammo credevamo di essere decentemente preparati ad affrontare la vita su un’isola del Pacifico. E lo eravamo. O quasi. Purtroppo non c’è una sola pagina in quei libri in grado di preparare un povero espatriato alla serie di singolari misure che devono essere prese all’interno della propria abitazione per riuscire a vivere in modo accettabile. E credo proprio che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di mettere insieme un paio di suggerimenti, poche pagine intitolate qualcosa come: "Abituarsi all’assurdo. poche ma indispensabili avvertimenti per non soccombere alla disperazione in casa propria".
AVVERIMENTO N.1: Se non pulisci ti aspetta una guerra
La cucina, a Pohnpei, non è luogo per gli incasinati e i distratti. Punto. Bisogna tenerla pulita in maniera irreprensibile e organizzarla con stile militare, o ci si ritrova coinvolti in una guerra senza fine con ben poche speranze di vittoria. Questa è una lezione che io ho imparato uno dei primi giorni, quando ho lasciato una lattina di coca aperta vicino al lavandino e un’ora dopo un intero formicaio in assetto da guerra ne aveva preso possesso e se la stava finendo.
Le formiche sono, inutile dirlo, una presenza inevitabile laddove la natura regna sovrana. Qui però sono una sorta di piaga d’Egitto, sgambettano ovunque, instancabili, insensibili al caldo, alla fatica e alle imprecazioni di cui sono oggetto. So che per le loro straordinarie capacità organizzative le formiche passano per delle vere e proprie meraviglie del mondo animale, ma il loro essere così dannatamente esasperanti non permette a nessuno qui di apprezzarle come meriterebbero. Perché basta la presenza di una goccia di qualunque bevanda o un pezzettino anche minuscolo di cibo a scatenare una sorta di corsa all’oro che fa fremere di eccitazione l’intera colonia. La notizia passa di formica in formica finché qualche migliaio non ne è a conoscenza, e devo dire che per essere prive della parola le bestiole sanno comunicare fin troppo bene. Pare che i messaggi vengano trasmessi toccandosi reciprocamente le antenne, e deve essere vero, perché le ho viste farlo in continuazione sui ripiani della cucina – a meno, naturalmente, che non abbiano l’italica abitudine di scambiarsi un paio di baci quando si incontrano. Mi domando però cosa si dicano. Solo comunicazioni di base del tipo «goccia sugo tra fornello e lavandino» o «briciola vicino cassetto posate», oppure cose più elaborate come «quest’idiota ha dimenticato ancora una volta una lattina aperta ed è appena uscita di casa, e poi hai visto com’era vestita oggi»? Qualunque sia il loro livello di comunicazione, comunque, il sistema necessita ancora di qualche miglioramento. Perché anche ore dopo che l’oggetto del loro desiderio è stato rimosso, frotte di formiche continuano imperterrite ad arrivare e a cercarlo, girando in tondo, fermandosi stupite, buttando occhiate a destra e a sinistra chiaramente agitate, come turisti alla disperata ricerca di qualcosa segnalato sulla guida che sembra essere svanito nel nulla.
Tutti dicono che quella con le formiche è una guerra persa in partenza. Gli argomenti sono sempre gli stessi: ce ne sono troppe, sono fastidiose ma innocue, meglio qualche formica dei serpenti. Lo dicono perché a Pohnpei non esistono rettili e ci mancherebbero pure quelli. Ma a noi le formiche danno fastidio lo stesso, e devo dire – non senza un malcelato vanto – che per il momento la battaglia nella nostra cucina l’ho vinta io. Dopo l’esperienza della lattina di coca ho infatti adottato una serie di regole ferree che nessuno è autorizzato a trasgredire, pena il bando da casa. La prima, ovviamente, è quella di pulire immediatamente la cucina e gli attrezzi ogni qualvolta li si usi. È un po’ una palla da maniaci, ma dà i suoi frutti. Secondo, ogni alimento aperto va immediatamente riposto in frigorifero o in un contenitore ermetico. Questa più che una regola è un imperativo, e tutti qui possiedono centinaia di contenitori di tutte le forme e misure in cui infilano ogni possibile alimento. In qualche modo sembra sempre che non ce ne siano a sufficienza. Alcuni espatriati possiedono addirittura due frigoriferi, uno dei quali è di solito usato a temperatura minima come dispensa per tutti i prodotti in scatola come cereali, farine, biscotti, pasta e zucchero. Noi invece di frigorifero ne abbiamo uno, anche se grande, e tra i sui compiti c’è quello di prendersi cura di un contenitore fondamentale: quello delle immondizie. Non tutte, naturalmente. Solo quelle deperibili. La terza regola è infatti quella di gettare nel bidone della cucina solo cose per cui le formiche non provano attrazione alcuna – carta, vetro, lattine, plastica – ovviamente accuratamente sciacquate. Tutto il resto – bucce, avanzi, scarti – finisce in un bel contenitore ermetico dal coperchio rosso che sta in frigo. Una volta al giorno poi io e Seb camminiamo fino ad un angolo del giardino e svuotiamo il contenitore nella giungla che ha inizio proprio lì, per la gioia non solo delle formiche, ma anche dei polli e dei gatti dell’intero vicinato. Tempo mezz’ora e persino le bucce delle cipolle non si trovano più, fagocitate da chissà quale bestia. Non ha importanza, purché stia lontana dalla mia cucina.

(Continua…)

22 febbraio 2005

Compleanno a caccia

Chi conosce Matt sa bene quanto odi festeggiare il suo compleanno. Con quelli degli altri è generoso e puntuale, non lesina in biglietti, regali e auguri, ma del suo non vuole nemmeno sentir parlare. Sua madre dice che è così da quando era bambino, ma tutta la sua famiglia si ostina a chiamarlo il giorno fatidico per fargli gli auguri e – aggiungo io – lasciarlo di pessimo umore. Ammetto di aver cercato a lungo di fargli cambiare idea, ma poi sono giunta alla filosofica conclusione che lui ha il diritto di passare il compleanno come gli pare. Il mio regalo è quindi quello di lasciarlo in pace. Lo fa contento e a me non costa nulla. Meglio di così!
Ma quest’anno le cose, purtroppo per lui, sono andate diversamente. Un paio di mesi fa avevamo infatti scoperto, del tutto casualmente, che Matt e due delle persone che frequentiamo di più – Stacey, uno dei due avvocati americani della Corte Suprema, e Uta, quella che organizza gli ultimi dell’anno a Black Coral – condividono non solo giorno e mese di nascita, ma pure l’anno! 6 febbraio 1970. L’inusuale coincidenza meritava un festeggiamento particolare, e così è stato.
L’idea mi è venuta durante uno di quei rari momenti in cui la mia mente si concede dei picchi di originalità: lasciamo stare la tipica cena, perché no una caccia al tesoro in giro per l’isola? Due telefonate – a Steve, il marito di Uta, e a Felicia, la migliore amica di Stacey – e l’organizzazione della caccia è partita in quarta all’insaputa di tutti. Dopo un paio di incontri per stabilire il programma generale e vari email per delineare i dettagli, l’invito è stato spedito via email ad amici, conoscenti e, naturalmente, ai tre festeggiati. Matt l’ha presa meglio del previsto. Dopo un iniziale tentativo di protesta ha capitolato ed è pure rimasto di buonumore. A quel punto era fatta.
Il programma per il giorno prescelto prevedeva: 1) pranzo a base di pizza per tutti i concorrenti a casa di Steve e Uta, seguito da 2) caccia, 3) ritrovo per tutti a casa di Felicia, 4) premiazione e 5) cena finale al ristorante. Nonostante le quasi 12 ore filate di attività varie l’adesione è stata massiccia. Il che dimostra quanto poco da fare ci sia da queste parti. Ci siamo così ritrovati a casa di Steve e Uta ad abbuffarci di orrende pizze spesse come focacce e a spiegare le regole. In realtà l’idea di una Tresure Hunt, la caccia al tesoro tradizionale – tanto per intenderci quella in cui c’è un’indicazione iniziale che conduce in un certo luogo dove si trova un’altra indicazione e così via – l’avevamo abbandonata subito perché organizzarla avrebbe richiesto molto una quantità di tempo ed energia che nessuno di noi aveva a disposizione. L’avevamo quindi sostituita con quello che in inglese si chiama Scavenger Hunt, che non ho la più pallida idea come si possa tradurre in italiano. In pratica all’inizio del gioco ognuno dei gruppi, formati da 4 o 5 persone, bambini inclusi, ha ricevuto una lista di cose da fare o trovare, mentre la vittoria finale è stata decisa dai giudici – in questo caso gli auto-proclamatisi Susi, Felicia e Steve – in base a criteri di simpatia e creatività:
Birthday Scavenger Hunt.
Ogni gruppo deve avere una macchina fotografica digitale e portare a termine i seguenti compiti:
1. Fare una foto del gruppo in cima allo Spanish Wall

Lo Spanish Wall, è la cinta muraria costruita durante la colonizzazione… spagnola, ovviamente. Purtroppo l’idea iniziale della foto di gruppo davanti ai vecchi cannoni della contraerea giapponese che stanno in cima a Sokehs Rock (un’oretta di cammino tra andata e ritorno), aveva dovuto essere accantonata per via della pioggia.
2. Portare il cibo scaduto da più tempo che riesce a trovare.
Un gruppo ha portato una busta per fare la zuppa scaduta nel 1999 e trovata nella cucina di uno di loro (!), ma il gruppo che ha vinto ha trovato in un negozio un barattolo dal contenuto ignoto e impossibile da identificare scaduto, incredibile ma vero, nel 1986!
3. Trovare il fiore più bello.
Tutti hanno portato bellissimi fiori esotici – suppongo rubati qua e là – ma ha vinto il gruppo che dopo aver messo davanti ai giudici le loro bimbe di 5 e 6 anni ha proclamato di non aver potuto trovare fiori più belli di quei due. Quando si dice la creatività!
4. Fare una foto del gruppo mentre gioca a basket su uno dei vari campi in giro per l’isola.
Vedi foto 1 e 2.
5. Fare una foto del gruppo di fronte al cartello stradale più divertente che riesce a trovare.
Vedi foto 3 e 4.
6. Trovare lo snack più strano e portarlo a casa di Felicia.
Sfortuna ha voluto che i giudici abbiano dovuto assaggiare i vari snack per prendere una decisione. La vittoria se la sono condivisa i bastoncini croccanti al ripieno di seppiolina (giapponesi) che una volta aperti hanno lasciato un fetore di pesce con cui credo che Felicia e Shaun abbiano convissuto per giorni e le prugne salate (considerate una delizia alle Hawaii) che mi hanno provocato un tale conato di vomito da farmi correre in terrazzo e sputare tutto in giardino.
7. Chiamare o andare alla stazione radio e dedicare una canzone a uno dei tre festeggiati.
Questo ha creato un po’ di confusione perché Bob, che dirige la radio, fatta la prima dedica non voleva fare le altre (non era l’ora giusta) ma ha ceduto – in diretta – quando il gruppo di Matt e Stacey ha piantonato la radio minacciando cordialmente di non andarsene. Bob è stato poi ringraziato con un invito a cena per la sera, che ha prontamente accettato.
8. Trovare qualcosa fatto nel 1970.
Un gruppo ha portato un libro per bambini che la proprietaria si porta in giro per il mondo da decenni (la gente è strana qualche volta…). Il gruppo di Matt e Stacey ha vinto portando, beh, sé stessi e la canzone “Immigrant” dei Led Zeppelin, che essendo anche la canzone richiesta per la dedica alla radio ha permesso loro di catturare, come si dice, “two birds with one stone”.
9. Contare quante porte ci sono sul lato verso la strada del vecchio hotel dove si trova il Rusty Anchor.
Il Rusty Anchor è il locale preferito di tutti noi. Ha una vista bellissima ma sta nei sotterranei di un vecchio hotel mai finito, un ammasso di cemento armato abbandonato che ha un numero indefinito di porte e finestre. Infatti nessuno dei gruppi ha riportato lo stesso numero. 10. Scegliere un nome per il gruppo e spiegare il perché della scelta.
11. Imparare a memoria la prima frase della Costituzione degli Stati Federati della Micronesia.
12. Fare una foto divertente del gruppo.
Vedi foto 5.
13. Preparare una versione della canzone “Happy birthday” da cantare a casa di Felicia.
Tutte divertentissime, ma ha vinto il gruppo con la versione rap. Esilarante.
14. Trovare qualcosa con cui cercare di corrompere i giudici che non costi nulla.
Noi giudici avevamo espressamente dichiarato che questa era la cosa che avrebbe portato più punti ai vari gruppi (eh eh!) e devo dire che qui la creatività ha raggiunto picchi notevoli. Io, Steve e Felicia abbiamo accettato con disinvoltura ogni tipo di corruzione, comprese bottiglie di vino e promesse di cene, massaggi e pareri favorevoli in Corte Suprema, ma non abbiamo saputo nascondere l’eccitazione quando il gruppo degli australiani dell’ambasciata ci ha offerto passaporti diplomatici, assegni in bianco del Ministero degli Affari Esteri e biglietti aerei pre-pagati per l’Australia. Se li sono ripresi a fine serata, purtroppo, ma è stato bello crederci.
Alla fine di tutte le presentazioni noi giudici ci siamo ritirati per decidere, anche se in questi casi stilare una classifica è impresa praticamente impossibile. Dopo un’accorata discussione continuamente interrotta da tentativi – tutti accettati – di corruzione, abbiamo deciso di dare agli australiani il primo posto, al gruppo di Matt e Stacey l’ultimo (di proposito, dato che era fatto di super-competitivi), e il pari-merito agli altri. Tutti hanno portato a casa un premio. Il gruppo ultimo classificato si è portato a casa tutti i cibi scaduti.
Nonostante la lunghissima giornata – terminata con cena al ristorante e tre torte al cioccolato preparate dai giudici (io ho fatto un profitterol di cui, modestamente, si parla ancora) – ci siamo tutti talmente divertiti che la replica è quasi inevitabile. Se non avete mai fatto una cosa del genere pensateci seriamente, ne vale la pena. C’è anche un sito web in inglese con un sacco di idee per questo tipo di giochi e feste. Per gli adulti è un po’ come tornare ai tempi in cui non potevano permettersi praticamente nulla e riuscivano a divertirsi lo stesso. Per i bambini è un modo unico di giocare e dare spazio alla fantasia. E non è un caso che alcune delle idee migliori siano venute proprio da loro!

Foto 1: Matt e Stacey giocano a basket in uno dei tanti campetti sparsi nella giungla.

Foto 2: Il gruppo degli australiani gioca a basket.

Foto 3: Cartello stradale... chi non sa l'inglese cerchi la traduzione (anche se con un po' di immaginazione ci si può arrivare lo stesso).

Foto 4: Foto davanti al cartello stradale.

Foto 5: Fare una foto divertente del gruppo.

Felicia accetta un paio di tentativi di corruzione senza opporre la minima resistenza!

Sebastian intanto si diverte a dare la caccia ai palloncini.

Occhioni!

06 febbraio 2005

OMAGGIO AD HERMES

Una delle cose che sempre mi sorprende del viver in luoghi diversi è come le vite di persone altrimenti lontanissime tra loro si intersechino e in qualche modo si attorciglino tra loro per periodi più o meno lunghi, per poi separarsi all’improvviso e prendere di nuovo strade completamente diverse, quasi sempre per non intersecarsi mai più.
Nell’ultimo mese la mia vita si è stranamente intersecata con quella di 8 ufficiali della Polizia Federale che lavorano con la Marina Australiana al pattugliamento delle immense acque territoriali di questo paese. La pescosità di questi mari è per i pescherecci di paesi come la Cina, il Giappone e le Filippine quello che i diamanti sono per un ladro di gioielli. Irresistibili. Prevenire la pesca di frodo è un quindi un imperativo. Per tutelare l’ambiente – se così non fosse credo resterebbero solo le conchiglie – e soprattutto per le casse dello stato. La principale fonte di reddito di questo paese sono infatti i suoi mari, e in particolare le costose licenze di pesca ambite da mezzo mondo.
Il compito di sorvegliare le acque spetta alla Polizia Federale, che lo può fare grazie alle tre navi donate nell’ultimo decennio dal governo australiano. I tre ufficiali che vivono a Kangaroo Court – dove abbiamo passato il natale – sono qui proprio per aiutare la Polizia in questo compito. Ma si occupano anche di questioni tecniche – due di loro sono ingegneri – e della formazione del personale. Quest’ultima avviene in Australia, all’International Training Center della Difesa, e gli ufficiali di polizia micronesiani vengono mandati laggiù per periodi più o meno lunghi. Molti di loro ci sono stati già quattro o cinque volte. Ma l’anno scorso la Difesa ha improvvisamente deciso che offrire training a persone dai più svariati paesi il cui inglese è spesso a dir poco rudimentale può rivelarsi un’inutile perdita di tempo, e così ha istituito un test di accesso.
La sera della Festa del Ringraziamento, a fine novembre, ero stata avvicinata da Bob, uno degli ufficiali australiani (che a quel tempo non avevo mai incontrato), che mi aveva chiesto se ero interessata a preparare gli studenti al test di accesso. Qualcuno gli aveva parlato di me. Gli avevo fatto presente che l’inglese non era proprio la mia lingua madre e che l’isola pullula di americani, ma mi aveva risposto che io avevo le qualifiche necessarie. Non dovevo infatti insegnare la lingua, dato che gli ufficiali micronesiani parlano tutti inglese. Dovevo aiutarli a capire il test e soprattutto a capire l’accento australiano. Quando mi ha detto questo mi sono quasi cappottata. Io, che capisco un quinto di quello che gli australiani dicono, dovevo aiutare altri a capirli! La vita talvolta ha un senso dell’umorismo del tutto particolare. Ma dopo parecchia indecisione avevo accettato. O meglio, Matt mi aveva convinto. Con la sua solita logica mi aveva fatto notare che poiché il test di per sé è come il TOEFL – il test che gli stranieri devono fare per poter studiare negli Stati Uniti e che io avevo fatto nel 2001 per il mio Master – e nessuno meglio di me quaggiù sapeva come il test funziona e come va preparato.
Agli inizi di gennaio mi ero così ritrovata attorno al grande tavolo di una sala riunioni con 8 ufficiali di polizia, una valanga di dizionari, cassette, video ed centinaia di fotocopie per la simulazione del test. Il timore di non essere all’altezza era svanito quasi subito, grazie soprattutto alla gentilezza dei miei studenti, i quali parevano apprezzare ogni mio sforzo. Ho passato con loro 5 ore al giorno, 5 giorni a settimana per 4 settimane, durante le quali li ho fatti lavorare come non avevano mai fatto, per lo meno da studenti. Ho sempre detestato gli insegnanti che salgono in cattedra e parlano, parlano, parlano e tu sei li che ascolti e dopo un po’ caschi dal sonno. E così questi poveri ufficiali abituati alle scuole micronesiane – in cui la regola è stare zitti, non pensare, ripetere a richiesta e non fare domande inutili – si sono ritrovati a fare giochi di ruolo, analizzare articoli di giornale, simulare incontri diplomatici e persino a fare una partita a Taboo (per migliorare il vocabolario, mica per divertimento, anche se ci siamo rotolati sul pavimento dalle risate). Era stata una soddisfazione, lo ammetto, udire uno di loro esclamare “God, I love this class!” all’inizio della seconda settimana.
E devo dire che io ho imparato almeno quanto loro. I temi scritti mi hanno infatti dato l’opportunità di soddisfare la mia curiosità sulle loro vite, il loro passato, e le tradizioni delle loro comunità. Ogni studente viene da un’isola diversa, alcune sono lontane migliaia di chilometri da Pohnpei e hanno lingue, storia e tradizioni diversissime. Jim ad esempio viene dallo stato di Yap – notoriamente il più attaccato alle tradizioni. Nella sua isola, dal fantastico nome di Falolai Woleap, le donne vanno tutte topless, le case sono capanne completamente aperte costruite lungo una laguna incontaminata, e tutto ciò che è occidentale è bandito per decisione degli abitanti. Quando Jim va a visitare i suoi si spoglia dei suoi abiti, indossa un lavalava – un pezzo di tessuto fatto di fibre di ibiscus o banana che si lega in vita e arriva fino alle ginocchia – e non può nemmeno portare gli occhiali da sole, lui che gira sempre in pantaloni mimetici e ray ban. I loro temi mi hanno rivelato la profonda nostalgia per uno stile di vita semplice ma ricco di affetti, il legame indissolubile con tutta la famiglia e la comunità, una serie di regole e tradizioni che su isole sperdute acquistano immediatamente senso, e l’ossessione comune per il rispetto reciproco, citato ripetutamente in ogni tema e unanimemente considerato il principale pregio di ogni individuo.
I giorni erano passati veloci e l’ultima settimana era arrivata quasi all’improvviso. Lunedì mattina ero arrivata alla sede della marina in anticipo, con la solita pila di libri sotto il braccio e pronta a fare decine di fotocopie, ma Bob non mi aveva dato nemmeno il tempo di chiudere la porta. “Brutte notizie” aveva detto. Lo avevo guardato con un mezzo sorriso, perché due settimane prima Steve, il suo collega, mi aveva accolta con la stessa frase prima di annunciarmi che i soldi per pagare il mio stipendio per qualche strana ragione non erano disponibili. Lo avevo guardato con un’espressione che diceva più o meno che la cosa non mi riguardava e se i soldi non c’erano li avrebbe tirati fuori lui, e Steve si era subito corretto dicendo che non avevo di che preoccuparmi, i soldi sarebbero saltati fuori. E così era stato.
Ma Bob non aveva notizie di questo genere. Nel solito stile militare che manca totalmente di diplomazia aveva annunciato: “Sabato Hermes si è suicidato”. Confesso di averci messo un po’ a registrare la notizia. Hermes? Come Hermes? Hermes il mio ufficiale, quello che mi aiutava sempre con i libri e che aveva detto di amare la classe? Quello che tre giorni prima aveva scritto un tema sulle sue responsabilità professionali e aveva finito per parlare dei suoi tanti sogni per il futuro? Quello che voleva esercizi sempre più difficili ed esultava per ogni risposta esatta? Quello che arrivava sempre in anticipo? Come Hermes?
Ma Bob parlava proprio di lui. Sabato Hermes era ad una festa di compleanno all’aperto quando il cellulare era suonato e lui si era allontanato per parlare. Dopo un’ora, non vedendolo tornare erano andati a cercarlo, e lo avevano trovato impiccato ad un albero, non lontano dal resto del gruppo. Il capo della polizia mi ha poi detto che il suo cellulare riportava due telefonate a sua moglie in quel lasso di tempo. I due erano sposati da poco – lui non aveva che 25 anni, era il più giovane del mio gruppo fatto per la maggioranza di quarantenni – e lei si trovava da un paio di settimane alle isole Fiji per un training. Qualcosa è successo tra loro, dice la polizia. Eppure non riesco a pensare a cosa possa averlo sconvolto così tanto da togliersi la vita pochi minuti dopo una telefonata. Lo so, ogni volta che qualcuno si suicida tutti dicono che è impossibile, che non c’è ragione. Ma io leggevo ogni giorno quello che lui scriveva e non c’è niente nei suoi scritti, proprio niente, che indichi una qualunque preoccupazione. Si può mentire con la voce, ma non con gli scritti. O almeno così avevo sempre pensato.
Eppure la polizia ha aperto un’inchiesta. Voci hanno cominciato a circolare – c’era sangue, chi lo ha portato all’ospedale lo ha lasciato lì ed è sparito – ma è difficile pensare ad un omicidio, non solo perché qui sono rarissimi, ma perché è difficile ammazzare un ufficiale di polizia a pochi passi da un gruppo di amici e pure impiccarlo. È stato quasi sicuramente un suicidio, e se così non è non vi sono comunque le prove. La polizia qui non ha gli strumenti necessari a trovarle. Dubito anche che i medici sull’isola siano in grado di fare un’autopsia seria.
In qualche modo quel lunedì sono andata in classe e ho fatto cinque ore di lezione. Non ho molti ricordi di quella mattina, se non che ogni cosa era incredibilmente difficile, persino assegnare gli esercizi. Ad un certo punto ho chiamato un altro studente con il suo nome. Per un paio di giorni ho persino continuato a fare lo stesso numero di fotocopie, come se non mi rendessi conto che c’era uno studente di meno. Il resto della classe non ha parlato di lui, né di cosa è successo. La morte è una cosa complessa da queste parti. E l’ambiente militare non aiuta di certo ad esprimere certe emozioni. Il che in fondo è meglio, non avrei proprio saputo come gestire un pubblica manifestazione di disperazione. E così la classe ha continuato il suo lavoro e venerdì i miei 7 studenti hanno fatto il test. È andato bene, loro sono arrivati con dei regali per me – forse in cambio di tutti i biscotti che avevo distribuito durante i temi – io ho fatto un paio di foto e ho augurato loro in bocca al lupo. Sabato quattro di loro sono partiti con una delle navi e quindici altri ufficiali, per riportare il corpo di Hermes alla sua famiglia per il funerale, sulla sua isola nello stato di Yap. Un viaggio di giorni per tornare sull’isola che lui aveva scritto essere il luogo più bello del mondo. Forse spiagge incontaminate e acque turchesi non sono abbastanza per continuare a vivere. Ma di sicuro sono un buon posto per il riposo eterno.
Buon viaggio Hermes.