08 novembre 2005


Ooooh Baby!

Chiaramente il piccolo e' fisicamente diverso da Sebastian. Fianchi strettissimi e muscoli gia' belli in evidenza per questo bellissimo cucciolo del Pacifico.

Quanto si sono divertiti a giocare nell'acqua e spruzzandosi a vicenda!

Nonostante l'interesse per gli stessi giochi non c'e' mai stato uno screzio.

31 ottobre 2005

FIJI

Altro mese, altro viaggio. Stavolta da sola, anche se un paio di colleghi mi hanno poi raggiunto dall’Australia. Destinazione: Suva, capitale delle isole Fiji. Per arrivarci faccio, letteralmente, il giro di mezzo Pacifico. Prima tratta Pohnpei-Honolulu (Hawaii), con soste nelle isole di Kosrae, Kwajalein (il piu’ grande atollo al mondo, base militare americana) e infine Majuro, capitale delle isole Marshall. Ora di arrivo ad Honolulu dopo 10 ore di atterraggi e decolli: 2:30 del mattino... non proprio il massimo. Ventiquattr’ore in città e poi riparto in piena notte per altre 7 ore di volo.
Le Fiji che tutti hanno in mente sono purtroppo lontane dal mio hotel e dagli uffici che devo visitare. Le vedo dall’aereo, piccole, rotonde, circondate da sabbia bianchissima e da un incredibile mare blu. Perfette. Io però vado a Viti Levu, l’isola principale, una delle piu’ grandi del Pacifico. Niente atolli, ma il posto e’ bellissimo lo stesso. Dal minuscolo areo che fa i voli interni vedo gli splendidi picchi della foresta tropicale che occupano una parte dell’isola e che poi lasciano il posto alle dolci colline su cui siede, Suva, la capitale. Vasti prati, grandi alberi sparsi qua e la’, gente che cammina lungo la strada indossando abiti tradizionali. Per qualche ragione mi ricorda il Kenya. Forse la terra rossa, forse le piantagioni – canna da zucchero – forse i colori. Le donne hanno i capelli ricci ricci come i loro antenati dalla Papua Nuova Guinea e gli uomini sono senza dubbio tra i piu’ belli visti finora in queste latitudini (il che non vuol dire che siano spettacolari! per quello pare si debba andare alle Samoa...). Senza dubbio sono tra i meglio vestiti che possa capitare di vedere nel Pacifico. La maggioranza di loro infatti indossa eleganti sulu, gonne nere, blu o grigie fatte a portafoglio con una tasca da un lato e una bella fibbia dall’altro. I sulu si indossano rigorosamente abbinati a camicie in tessuti floreali e scarpe eleganti. Sono queste le divise ufficiali delle scuole e di metà della popolazione maschile. Non c’è alcun dubbio che i polinesiani stiano molto meglio in gonna che in pantaloni. Hanno belle gambe non troppo magre, il giusto colore di pelle e qualcosa nei geni che dice che questo – e non gli scomodi pantaloni – è il tipo di abbigliamento che qui si è portato per secoli.
Suva ospita il governo e gli uffici delle principali organizzazioni nel Pacifico – EU, ONU, WWF, e una serie piuttosto vasta di altre – ed è per questo che siamo qui. La città ha una vasta popolazione indiana e cinese da tempo mescolatasi con i locali, e ovunque – nell’architettura, nella gente, nei giardini, persino nell’aria – c’è quell’atmosfera da ex colonia inglese che è inconfondibile.
La settimana è piena piena ma l’ultimo giorno riesco a fare un po’ di shopping. Compero oli di cocco che profumano di fiori tropicali come Tiare e Frangipane, una ciotola in legno dove si mescola la kava – la bevanda tradizionale – un pareo, un paio di giochi e scarpe per Sebastian. E per Matt del rum locale e un bel sulu blu. Un esempio di abbigliamento un po’ inusuale ma bello da avere, anche se non lo si indosserà mai. Il commento di Matt alla vista del sulu? “Ma è una gonna!” “ No Matt, è un sulu”. “Chiamalo come ti pare ma sempre una gonna è”. “No Matt, una gonna è un tipo di abbigliamento per donne, il sulu è una cosa rigorosamente maschile”. “Come no, in Fiji forse. Qui è una gonna e io non la porto”. Inutili le mie spiegazioni – tutti comperiamo roba in vacanza che non porteremo mai, ma ci piace avere nell’armadio – la “gonna” è rimasta sulla sedia per due giorni, finchè la baby-sitter non l’ha appesa tra le mie cose. Dovrei spiegarle che va nell’armadio di Matt, ma visto che lui si è persino rifiutato di toccarla mi sa che se me la tengo evito una guerra!

Honolulu. Vista della citta' dalla mia camera d'albergo al 37imo piano.

Pausa pranzo in uno dei villaggi turistici della costa.

Uomini in sulu.

Il bellissimo atollo di Tarawa, capitale dello stato di Kiribati (pronuncia Kiribas) dove abbiamo fatto rifornimento al ritorno.

04 ottobre 2005

GLI ORGOGLIOSI GUARDIANI DI QUESTE ISOLE

Si può “scoprire” un luogo che per migliaia di anni ha visto le genti del posto risiedervi, adattarsi, evolversi, sviluppare lingue, tradizioni, leggi, usanze, farsi la guerra, costruire regni, esplorare ed estinguersi? Si può passare un giorno per una terra e decidere che la storia ha inizio in quel preciso momento, dare un nome un po’ a caso, tracciare un punto in una mappa e annunciare orgogliosi non solo la scoperta, ma anche il possesso di quel luogo? La domanda è, naturalmente, più che retorica. Non sarebbe altrimenti possibile comprendere quei secoli di storia in cui i viaggi oltremare, verso l’ignoto, portarono gli Europei a “scoprire” – e quindi ad appropriarsi – di ogni nuova terra capitata a tiro. E non solo per smania di conquista. Nel caso del Pacifico, ad attrarre flotte di navi ed enormi investimenti fu la speranza di incappare in qualcosa allora prezioso e, soprattutto, introvabile in Europa: spezie.
Per secoli in Europa l’accesso a carne fresca durante l’inverno fu un privilegio riservato ai pochi in grado di cacciare. Per mancanza di foraggio durante i mesi di neve e gelo il bestiame veniva infatti macellato ogni autunno, la carne essiccata o affumicata per poi essere mangiata – dura, insipida, e spesso rancida – durante l’inverno. Ma quando i crociati tornarono dall’Oriente carichi di aromi fino allora sconosciuti – il pepe e la noce moscata dalle Indie, la cannella da Ceylon, lo zenzero dalla Cina e i chiodi di garofano dalle isole del Pacifico – gli Europei svilupparono un insaziabile appetito per queste spezie che rendevano la carne più gustosa ed erano utilissime nel preservarla. Le difficoltà per venirne in possesso, tuttavia, erano infinite.

Alla fine del 1400 la diatriba su chi avesse il diritto di occupare le terre dei lontani mari ad oriente dell’Europa era stata risolta dal papa in favore del Portogallo, che così si trovò ad avere sia il monopolio delle spezie tramite la rotta verso est, che un saldo controllo delle più ambite fra tutte quelle terre: le Molucche o Isole delle Spezie. Su queste cinque minuscole isole nella zona dell’attuale Indonesia crescevano infatti i preziosi chiodi di garofano, in assoluto le più costose e ricercate fra tutte le spezie. Altrimenti quasi insignificanti, le Molucche divennero l’oggetto di secoli di controversie tra potenze europee e asiatiche e di innumerevoli spedizioni navali in condizioni proibitive.
Nel disperato tentativo di contrastare il monopolio portoghese senza violare la decisione del papa, al resto d’Europa non restò che cercare isole altrettanto feconde navigando a tentoni nella direzione opposta: verso ovest. Fu così che Colombo andò a sbattere contro un intero “nuovo” continente, che molti al tempo considerarono solo un enorme ostacolo sulla strada per le ambite Indie. Ma nel 1521 Magellano, incaricato di «scoprire isole e terre e spezie e quant’altro possa beneficiare il regno di Carlo V di Spagna», aggirò l’America attraverso lo Stretto che ora porta il suo nome ed entrò le calme acque di quell’oceano che lui stesso definì “Pacifico”. Come tutti degli esploratori del suo tempo Magellano non aveva il compito, né l’interesse, a trattare con rispetto le genti e culture di quelle terre lontane. Doveva solo trovare ciò per cui era pagato, impossessarsene nella maggiore quantità possibile, e metter un qualsivoglia sigillo di proprietà su quelle terre. Si trattava di una appropriazione a dir poco indebita – anche se gli uomini del tempo mai l’avrebbero considerato tale – che segnò interi popoli per secoli a venire. Eppure Magellano battezzò le prime isole abitate in cui si imbatté (proprio qui in Micronesia) Islas de Ladronas, dato che quei barbari dei nativi, una volta fatti salire a bordo, si portarono via oggetti che non avevano mai visto prima – pezzi di corda, vestiti, chiodi di ferro – compiendo quello che un indignato Magellano evidentemente ritenne essere un furto ben più serio di quello che lui stesso stava compiendo. E che riuscì benissimo: tre anni dopo essere partito Magellano riapprodò a Siviglia con la notizia di aver trovato l’agognata rotta verso ovest e con ben 25 tonnellate di chiodi di garofano nella stiva. Carlo V non poté contenere la sua soddisfazione: il valore delle spezie ripagava ampiamente le spese della spedizione e le perdite subite. Comprese, ahimè, quelle di 5 dei 6 vascelli partiti e di ben 249 dei 267 membri dell’equipaggio. Ma la corsa ai tesori del Pacifico era solo cominciata.

Danze di benvenuto in favore degli Europei a Pohnpei

Uno dei ritratti di vita sulle isole fatti dai primi visitatori europei
Il primo navigatore a “scoprire” Pohnpei con ragionevole certezza – a quel tempo la longitudine, al contrario della latitudine, non si poteva calcolare – fu Pedro Fernandez de Quiroz, un portoghese al saldo della Spagna che nel 1595 battezzò l’isola Quirosa senza nemmeno prendersi la briga di sbarcare. Nei due secoli successivi, tuttavia, Pohnpei continuò ad essere “scoperta” e quindi a cambiare nome in continuazione, anche se ciò finì per affliggere più i geografi europei che la gente del posto. Inizialmente fuori dalle rotte preferite dai navigatori, Pohnpei godette infatti di svariati decenni di tranquillità, e la vita continuò più o meno inalterata. Ma si trattava di un’illusione. Nell’800 l’isola divennero il luogo di sosta preferito prima dai vascelli inglesi che coprivano le rotte commerciali con la Cina e l’Australia, poi dalle baleniere americane. E niente fu più come prima. Malattie sconosciute decimarono la popolazione, tipi poco raccomandabili introdussero armi, alcool e loschi traffici, e gli immancabili missionari dotati di buone intenzioni alterarono il sistema sociale in maniera irreversibile. Infine, ciliegina sulla torta, arrivarono i colonizzatori. Ben quattro in 60 anni. E ogni volta Pohnpei cambiò padrone a causa di fatti lontani anni luce dai suoi mari.
Durante tutto l’800, la Germania, quatta quatta, si era costruita un impero economico in Micronesia e nel 1885 ne reclamò il possesso scatenando le ire della Spagna, che richiese un arbitrato papale. Il papa diede torto alla Germania e gli spagnoli piantarono immediatamente bandiera a Pohnpei, rimanendovi – tanto detestati da doversi proteggere dietro alte mura di pietra, in parte visibili ancor oggi – finché la Spagna non perse la guerra con gli Stati Uniti.
Al tempo contrari all’idea di governare terre lontane, gli USA vendettero l’intera Micronesia alla Germania, ad eccezione della più grande delle isole, Guam, tutt’ora territorio americano e sede della principale base militare USA nel Pacifico. Determinati a trasformare Pohnpei in una poderosa fonte di reddito, i tedeschi si diedero allo sviluppo agricolo tramite il lavoro forzato. Per anni la gente del posto sopportò senza ribellarsi. Fino al 1910, quando gli abitanti di uccisero a revolverate il tirannico governatore e il suo vice. La reazione tedesca ai due omicidi fu brutale: terra confiscata, parte della popolazione uccisa o esiliata. Ma come la Spagna anche la Germania fu costretta ad abbandonare la Micronesia a seguito di una guerra persa. Il trattato di pace che seguì la fine della Prima Guerra Mondiale diede infatti al Giappone il controllo dell’area.

Si passano i rassegna le reclute!

Gli abitanti di Pohnpei deportati dai tedeschi dopo la ribellione del 1910
I giapponesi diedero all’economia dell’arcipelago una spinta straordinaria, ma lo fecero con inverosimile tirannia e crudeltà, dominando Pohnpei non solo con le leggi e con le armi, ma soprattutto con la presenza di 10mila immigrati giapponesi che costrinsero la popolazione locale, al tempo neanche 5mila anime, a decenni di segregazione. Ma il peggio doveva ancora venire. Il coinvolgimento giapponese nella Seconda Guerra Mondiale e la successiva entrata in guerra degli Stati Uniti, portarono la Micronesia in prima linea nel conflitto. Senza aver avuto niente a che fare con Hitler, Mussolini, o Pearl Harbor, la Micronesia si ritrovò teatro delle più tragiche battaglie aeree e navali del Pacifico – quelle che hanno reso indimenticabili tanti film e creato il mito dei kamikaze – e la sola Pohnpei fu l’oggetto di ben 250, altamente distruttive, incursioni aeree americane. L’Enola Gay, l’aereo che lanciò la bomba atomica su Hiroshima partì dalla base americana sulla piccola isola di Tinian. E quasi l’intera flotta giapponese del Pacifico giace nelle acque di questa nazione, spesso a pochi metri di profondità, talvolta visibile a occhio nudo, terribile testimonianza di quel conflitto e, al tempo stesso, meraviglia subacquea senza eguali al mondo.
Il lancio dell’atomica diede gli americani la vittoria sul Giappone, ma fu l’ONU, nel 1947, a dare agli USA il controllo della Micronesia. Niente colonizzazioni questa volta – almeno sulla carta – ma il mandato di amministrare l’intera area favorendone lo sviluppo, in vista di un’indipendenza da facilitare in pochi anni. Ma gli Stati Uniti sono un osso molto duro, lo sappiamo tutti, quando invocano ragioni di sicurezza nazionale. E isole e atolli sperduti, si sa, costituiscono ottime basi militari e sono perfetti per i test atomici. Così un mandato assegnato per durare pochi anni divenne il più lungo nella storia delle Nazioni Unite. L’indipendenza fu infine concessa solo nel 1979, e ci vollero altri 10 anni per farla diventare effettiva.
Al momento di approvare la Costituzione, la prima da nazione libera, il Congresso dei nuovi Stati Federati della Micronesia (FSM) incluse un Preambolo che riassume le traversie e lo spirito di questi luoghi e questa gente, e che è – per lo meno nella versione inglese, forse meno nella mia traduzione – uno dei testi legali più poetici che possa capitare di incontrare. E dice di questo paese molto più di certi libri.

With this Constitution, we affirm our common
wish to live together in peace and harmony,
to preserve the heritage of the past, and to
protect the promise of the future.

To make one nation of many islands, we
respect the diversity of our cultures. Our
differences enrich us. The seas bring us
together, they do not separate us. Our
islands sustain us, our island nation enlarges
us and makes us stronger.

Our ancestors, who made their homes on
these islands, displaced no other people.
We, who remain, wish no other home than
this. Having known war, we hope for peace.
Having been divided, we wish unity. Having
been ruled, we seek freedom.

Micronesia began in the days when man
explored seas in rafts and canoes. The
Micronesian nation is born in an age when
men voyage among stars; our world itself is
an island. We extend to all nations what we
seek from each: peace, friendship,
cooperation, and love in our common
humanity. With this Constitution we, who
have been the wards of other nations,
become the proud guardian of our own
islands, now and forever.

Con questa Costituzione noi affermiamo

il nostro comune desiderio di vivere in pace
e armonia, di preservare l’eredità del
passato e di proteggere la promessa del
futuro.

Per fare di tante isole una sola nazione,
noi rispettiamo la diversità delle nostre
culture. Le nostre differenze ci arricchiscono.
I mari ci uniscono, non ci separano. Le nostre isole
ci sostengono, la nostra nazione ci ingrandisce
e ci rende più forti.

I nostri antenati, che fecero di queste
isole la loro casa, non cacciarono altre
genti. Noi che qui rimaniamo non
desideriamo altra casa che questa. Avendo
conosciuto la guerra, speriamo nella pace.
Essendo stati divisi, desideriamo l’unione.
Essendo stati governati, cerchiamo la libertà.

La storia della Micronesia ha avuto
inizio al tempo in cui l’uomo esplorava i mari
con zattere e canoe. Lo stato della
Micronesia è nato in un’era in cui gli uomini
viaggiano tra le stelle; il nostro stesso
mondo è un’isola.
Noi estendiamo a tutte le nazioni ciò che
cerchiamo da ognuna di esse: pace,
fratellanza, cooperazione e amore per la
nostra comune umanità. Con questa
Costituzione noi, che siamo stati occupati
da altre nazioni, diventiamo gli orgogliosi
guardiani delle nostre isole, ora e per sempre.

Colonizzatori giapponesia posano con i potenti capi locali

La contraerea giapponese a Pohnpei � ora un monumento arrugginito immerso nella giungla e circondato dalle orchidee.

La bandiera americana sventoler� per quarant�anni su queste terre

25 settembre 2005

DOMENICHE MICRONESIANE

Le domeniche quaggiu' sono sempre all'insegna del riposo. In mancanza dei pranzi da nonna Ida (purtroppo), di "Quelli che il calcio", il gran premio di formula 1, e l'inevitabile serata in pizzeria, in Micronesia le domeniche si passano pisolando, leggendo, mangiando e - dato che Seb ci ha tutti per se' - giocando.

Si legge il Newsweek sul terrazzo della camera di mamma e papa'.

Si gioca in giardino, nella sandbox costruita da papa'

Dopo un lungo weekend sull'isolotto di Black Coral ci si preparara per tornare a casa.

15 settembre 2005

AGOSTO MESE DI LAVORO

Agosto e' stato un mese di lavoro intenso, spesso lontano da casa. Una settimana a Guam e due in Australia, una serie infinita di ore passate ad immagazzinare informazioni (cercando allo stesso tempo di non dire fesserie).

Australia. Lavoro, lavoro, lavoro. Nove ore al giorno di training e meeting per otto giorni di fila.

Australia. Uomini di un'organizzazione che lavora con The Nature Conservancy appiccano il fuoco su vaste aree della savana. Il fuoco e' elemento rigenerante per le piante (molte non rilasciano i semi se non sotto l'effetto del calore) e non andrebbe mai soppresso, altrimenti la natura si scatena tutta in una volta. Gli enormi incendi che negli ultimi anni hanno devastato gli Stati Uniti e l'Australia sono dovuti proprio a questo e svariati governi adesso utilizzano esperti di "Fire Control".

Australia. Danze aborigene. Invitati dai proprietari del nostro alloggio con cui sono in ottimi rapporti, i due ragazzi discendono dal capo aborigeno locale.

Australia. Sotto la pioggia a scrutare lo stagno nella speranza di vedere il mitico Platypus, un animale talmente assurdo che i primi esemplari portati in Europa vennero considerati uno scherzo. Il platypus e' un mammifero ma deposita le uova (l'unico altro essere al mondo a fare questo e' l'Echidna, sempre originario dell'Australia), sembra una foca ma ha 4 zampe palmate come le anatre, e ha il becco largo e piatto come l'ornitorinco. La piu' grande delusione? Io lo credevo enorme invece un esemplare adulto e' grande si e no come un neonato!!! E poi e' timidissimo!!!

Australia. E dopo tanto lavoro... una cena stile tropical-chic.

Isola di Guam. Si vede subito che siamo in territorio americano! Qui la cameriera porta ad un allibito Bruce - un nostro collega dagli States - tre pancakes per colazione. (Nota: quelli che faccio io a casa sono grandi quanto un piattino da caffe').

Isola di Guam. Le grotte sacre dei Chamorro, gli abitanti originari. Un tempo parte dell'enorme base americana, ora le grotte sono sotto protezione del US Forest Service e non si possono visitare senza essere accompagnati da un ranger.

Isola di Guam. Umatac Bay, il primo approdo di Magellano in Micronesia. Era il 1521 e queste isole non saranno piu' le stesse da quel momento.

14 settembre 2005

PISH-PISH E ASS-ASS

A 21 mesi la maggior parte dei bambini pronuncia una serie piuttosto consistente di parole. La media si aggira sulla cinquantina, anche se ci sono bambini con vocabolari di 200 e passa parole. Non solo. A questa età i pargoli cominciano a creare frasi... Niente di complicato, verbi all’infinito come adulti imbranati che cercano di imparare un’altra lingua, ma sufficiente a farsi capire.
Sebastian, tuttavia, batte tutte le statistiche. Pronuncia in modo più o meno comprensibile 4 parole: papà (ad ogni occasione), mamma (quando ha bisogno di qualcosa), shoe e baby. A queste si affiancano una serie di parole misto inglese-italiano – come pall (ball/palla) e pish (fish/pesce), mentre non c’è stato verso finora di insegnargli i termini esatti per indicare gli animali. No, lui si esprime a suoni: muuu (mucca), baaa (pecora), wof-wof (cane), miao (gatto, ovvio) quack-quack (qualunque essere con un becco), aaaah (il ruggito del leone e della tigre), e hihihihi (che sta per il chicchirichì del gallo). E poichè gli animali sono la sua grande passione, questi versi sono anche divenuti parte del vocabolario giornaliero mio e di Matt, con grande imbarazzo dei nostri amici.
Lo sviluppo del linguaggio nei bambini dipende da una serie di fattori tra cui il sesso (le bambine parlano prima dei maschietti), l’ordine di nascita (chi ha fratelli più grandi inizia a parlare prima), il numero di linque parlate in casa. Poichè Seb è un primogenito maschio circondato da persone che gli parlano in tre lingue diverse siamo fortunati se riuscirà a dire qualcosa di sensato prima di andare alle elementari! Finora, bisogna essere onesti, Sebastian ha puntato sul sorriso più che sulle parole per farsi capire. E forse è meglio così... Prendiamo “elefante”, animale per il quale Sebastian nutre una viscerale ammirazione, soprattutto da quando il DVD Dumbo è entrato a far parte della sua collezione di classici Disney. Per ragioni note solo a lui, il termine “ass-ass” in casa nostra è diventato sinonimo di elefante. La cosa non ci aveva troppo imbarazzato fino a quando domenica scorsa, non siamo andati fuori a mangiare in un ristorante pieno zeppo di militari americani in libera uscita (la nave da guerra USS Fitzgerald ha fatto sosta a Pohnpei per un paio di giorni, un avvenimento più unico che raro) e Seb ha visto da lontano una persona con un elefante stampato sulla t-shirt. Come se passare davanti ad un centinaio di militari non fosse già abbastanza imbarazzante, Sebastian mi ha trascinato attraverso tutto il locale urlando “ass-ass” e puntando deciso verso la T-shirt. Il povero proprietario ha accettato le mie scuse con un sorriso forzato, e la mia spiegazione deve essergli sembrata ridicola, ma Sebastian è immediatamente entrato nelle simpatie dei marinai nel ristorante, il cui linguaggio – a dir la verità – era tanto sgrammaticato e scurrile quanto quello del nostro pargolo.

Meglio puntare sul sorriso che sulle parole...

05 settembre 2005

"W GLI SPOSI" UN ANNO FA

Ebbene si, e' gia' passato un anno dal nostro matrimonio a Venezia. O meglio dal "Baptimonio" com'era stato ribattezzato: battesimo di Sebastian e relativa cena la sera del 3 settembre e matrimonio con relativo tour in barca della laguna il giorno dopo, sabato 4.

Lo splendore dell'isola di Torcello, nella laguna di Venezia, luogo della cerimonia.

Sebastian con Luana, sua cuginetta e bellissima damigella.

Con Paolo, cugino e baby-sitter impeccabile.

Il luogo della cerimonia: il gazebo nel giardino del ristorante "Al Ponte Del Diavolo", nella quiete dell'Isola di Torcello.

Walking down the aisle.

La sposa.

Il papa' di Matt celebra il matrimonio con rito protestante.

Matt legge la sua lunga promessa di matrimonio tra la commozione generale.

Oggi sposi.

Il clan Menazza al gran completo.

Il clan Olmsted. E si, la bionda mozzafiato e' la sorella di Matt, tre figli in tre anni e capace di correre la maratona in meno di tre ore!

The Olmsteds!

Con nonno Ottorino, sulla barca che ci porta in giro per la laguna dopo pranzo, a vedere le meraviglie di Venezia e a digerire bevendo spritz!

Venezia. Un tramonto perfetto al termine di una giornata indimenticabile.

Un ultimo saluto prima di abbandonare tutti e andare all'Hotel Danieli

01 agosto 2005

LECCORNIE MICRONESIA

Pesce a parte – soprattutto tonno, tutti i giorni e a tutte le ore – una delle poche vere leccornie locali a Pohnpei sono i crostacei. Gli enormi granchi delle mangrovie sono infatti una vera delizia, talmente ricchi di polpa che è difficile riuscire a mangiarne uno intero da soli.
Ogni scusa naturalmente è buona per cuocere un paio di granchi e quando la cara Ryan è venuta a trovarci in maggio non ci siamo fatti sfuggire l’occasione. Scesi tutti e quattro al porto un sabato mattina, ne eravamo usciti con un enorme pezzo di tonno fresco e tre granchi. Al mercatino del pesce i crostacei stavano immersi nell’acqua fredda, le chele legate strette strette con dei grossi elastici. Naturalmente erano vivi – si sa che i crostacei andrebbero mantenuti tali fino al momento della cottura – ma poichè io non provo alcun entusiasmo al pensiero di una sessione di lotta libera con esseri armati di chele in grado di tranciare un dito di netto, avevo incaricato i tipi della pescheria di dare loro il colpo di grazia.
Era stato quindi con enorme sorpresa che una volta tornati a casa avevo scoperto che il nostro pranzo non era per niente deceduto, e anzi girava indisturbato per il bagagliaio della mia auto dopo aver rotto gli elastici. La mia prima reazione era stato di rimettermi al volante e tornare al mercato ma, con mia grande sorpresa, la mano di Ryan si era sollevata in un gesto infastidito e lei aveva dichiarato che non ce n’era per niente bisogno. Ora, Ryan è una vegetariana convinta da anni (anche se mangia pesce) che adora gli animali, piange ad ogni pubblicità con dei cuccioli e non farebbe male ad una mosca. Ma avevo dimenticato che è nata e cresciuta a pochi chilometri dalla Chesapeake Bay, l’enorme baia vicino a Washington, famosa in tutti gli Stati Uniti per i buonissimi granchi. Dichiarando di aver partecipato a centinaia di cene casalinghe a base di granchio sin da quando era in fasce, Ryan era entrata in casa con piglio sicuro per uscirne dopo pochi secondi con il coltello più grande che abbiamo, una roba in superacciaio inossidabile lungo trenta centimetri e spesso mezzo che usiamo forse due volte l’anno. Noi tre eravamo rimasti a guardare dapprima perplessi, poi affascinati, mentre quella che avevamo sempre considerato un innocuo angelo biondo con fare autoritario rovesciava i granchi, sollevava la parte triangolare della corazza che sta sotto e piantava il coltello nel mezzo – metodo unico e infallibile per farli fuori.
Beh, più o meno, perchè i granchi non ci pensavano per niente ad arrendersi senza combattere. Come tre moschettieri dei tropici avevano tentato la fuga a colpi di chele e a velocità decisamente sostenuta, mentre noi tre ‘micronesiani’ saltellavamo come donzelle puritane e la ‘newyorkese’ riusciva a tenerli tutti sotto controllo e a parlare con Sebastian contemporaneamente. In un momento di distrazione uno dei granchi era persino riuscito ad afferrare la sua gonna e a tirarla con forza verso il basso, ma Ryan l’aveva steso con un manrovescio.
Quando i poveri erano poi passati a miglior vita, Ryan li aveva aperti, ripuliti delle parti non commestibili e messi in un vassoio pronti per la cuoca (io), dimostrando coi fatti che l’affermazione di essere cresciuta mangiando granchi non era una palla. Era stato però la scelta del metodo di cottura ad aprire un antipatico dibattito. Io volevo bollirli come avevo sempre fatto, ma Matt continuava a sostenere che poichè il nostro amico Daniel la settimana precedente li aveva cucinati in forno dopo averli infilati in sacchetti del pane con un misterioso miscuglio di spezie – e ne erano usciti buonissimi – io avrei dovuto fare lo stesso. A parte il fatto che non ho mai visto un sacchetto del pane da quando sono qui, le mie più che ovvie domande si erano scontrate con un muro di perplessità. (Che spezie? Come un miscuglio di roba rossa... E a quant’era il forno? Certo che mi serve saperlo... Perchè? Lasciamo perdere... Per quanto tempo? Certo che fa la differenza!!!) Devo precisare che Matt è un degustatore di cibi decisamente raffinato, ma non sa bollire l’acqua per il te’ e le necessità dei cuochi lo lasciano sempre allibito. Per lui avermi detto del sacchetto, delle spezie e del forno equivaleva ad aver rivelato una formula magica. Il fatto che io non fossi in grado di ripetere il capolavoro lo lasciava completamente allibito. Alla fine lo avevo cacciato dalla cucina e avevo optato per un metodo misto: scottati in acqua bollente per 5 minuti e passati in forno per 15 i granchioni ne erano usciti fantastici. Noi tre ci avevamo impiegato almeno un’ora e mezza di lenta e paziente opera a ripulirli di tutta la fantastica polpa. Che dire, ogni tanto anche il cibo in Micronesia può essere fantastico. Soprattutto se c’è nei paraggi una temeraria come Ryan!

Lezione n.1: Come fare fuori un granchio gigante.

Lezione n.2: Non perdere mai l�occasione di insegnare qualcosa al piccolo di casa.

29 luglio 2005


Lezione n.3: Non distrarsi!

25 luglio 2005

STATO DI EMERGENZA

Le cose avevano preso una brutta piega già agli inizi di giugno, quando il latte era improvvisamente diventato una rarità sull’isola. Noi eravamo riusciti a cavarcela senza troppi danni – ne avevamo una buona scorta per Sebastian e quando quella era finita, amici generosi ci avevano passato le loro preziose riserve. Poi eravamo partiti per l’Italia, accantonando per settimane i problemi di approvigionamento alimentare.
Al nostro ritorno con un cooler pieno di formaggi e affettati (che la baby-sitter si è mangiata per metà... sto’ giro la licenzio sul serio) avevo capito subito che la situazione era tutt’altro che rosea. L’indizio più grave: al supermercato non c’erano più nemmeno le cipolle. Tenendo conto che le cipolle non sono mai mancate, la loro assenza significa una sola cosa: è stato di emergenza. Chiunque asserisca che la cucina italiana è basata sulla pasta non ha mai provato a mettere insieme due pasti al giorno senza cipolle. In casa nostra abbondano le scorte di pasta, riso e scatolami vari, ma per quanto mi sforzi mi è quasi impossibile cucinare qualcosa di commestibile senza un qualsivoglia soffritto. Sto facendo un uso sproporzionato di aglio – che manca dai negozi ma è casualmente presente in massa nel mio frigorifero – e di una specie di cipollaceo verde secco di origine giapponese. Ma anche questo non basta. Da giorni è impossibile reperire uova e farina, quindi niente pane, biscotti o torte per la prima colazione. Ai miei demoralizzati commenti in proposito, una tipa tedesca che vive a Pohnpei da anni ha risposto scocciata di non vedere il problema: quando mancano gli alimenti base lei nutre l’intera famiglia con vari tipi di fagioli in scatola. Per settimane... Tre volte al giorno... A certa gente dovrebbe essere proibito avere figli (e portarli su un’isola del Pacifico).
All’origine del problema c’è il fatto che la nave che avrebbe dovuto arrivare a giugno è rimasta bloccata alle Isole Marshall per un problema di documenti. Il capitano è stato arrestato, e mentre lui passava i suoi giorni nelle poco invidiabili galere locali, l’intero contenuto di preziose verdure nelle stive della nave è velocemente marcito sotto il sole dei tropici. Come se non bastasse, la nave che doveva arrivare a metà luglio è bloccata in un altro porto da due settimane, e non oso pensare allo stato dei suoi containers.
Com’era prevedibile, né i micronesiani né i maschi della comunità internazionale hanno dimostrato un qualunque interesse per il problema. Mentre noi povere donne occidentali ci torturavamo al pensiero della cena e della mancanza di vitamine per i bambini, loro ascoltavano distratti e borbottavano una qualunque parola di supporto prima di ignorarci di nuovo. Fino alla settimana scorsa. Perchè quando l’arrivo della nave è stato posticipato per la seconda volta, la realtà si è mostrata in tutta la sua immensa tragicità: le scorte di birra sono esaurite. Scosso nel profondo il paese si domanda come questo abbia potuto succedere. E mentre i bar servono sconosciute birre cinesi vecchie di decenni che costano una fortuna l’intera federazione per una volta si trova d’accordo: questo si, che e' stato di emergenza.

19 luglio 2005

CI SONO LUNEDI' E LUNEDI'...

Fruscio d’onde sulla barriera corallina. Spiragli di luce dalla finestra. Sebastian che prima solleva la testa, poi si siede, e infine si assicura che sia sveglia anch’io. Infilandomi le dita negli occhi. È un lunedì come tanti altri; c’è da alzarsi, fare colazione e andare a lavorare. Tutto come al solito, tranne per un dettaglio: non siamo a casa ma su una capanna di legno in via di lento disfacimento, su un minuscolo isolotto a poche miglia da Pohnpei. Sono le sei meno un quarto del mattino. L’aria è tiepida e limpida come ci capita di vederla un paio di volte l’anno, e ha portato con sé un’alba spettacolare che sembra un tramonto. Nel silenzio più assoluto ci godiamo la pace del mattino seduti in riva alla laguna. L’acqua non fa nemmeno una grinza e l’invito è fin troppo allettante. Sebastian si gode il privilegio di iniziare la giornata con un bagno tra le acque turchesi di un’isolotto tropicale e di fare colazione su una minuscola spiaggia di coralli bianchi. Il sole è ancora bassissimo quando mi avventuro in una solitaria nuotata mattutina. L’acqua è più trasparente che mai e gli innumerevoli pesci mi ignorano. All’improvviso uno squalo di barriera che mi sguscia davanti a pelo d’acqua. Un incontro tanto inaspettato quanto sorprendente: questi animali li ho sempre visti da lontano, pigramente adagiati sui fondali sabbiosi, lontano dalla luce e dagli altri pesci. Cerco di seguirlo ma sparisce in un attimo. Mi consolo pedinando un altra creatura mai vista prima, un enorme e stranissimo pesce maculato grande poco meno di me che sembra seriamente affeto da obesità. Tornata a riva mi faccio la doccia con due secchi d’acqua rovesciati sulla testa e preparo la nostra roba. Neanche mezz’ora e siamo sulla barca da pesca che ci riporta a Pohnpei, le acque della laguna più limpide che mai e il sole che annuncia una giornata magnifica. Ma c’è da andare in ufficio...

Il sole fa capolino tra le nuvole.

Un'alba straordinaria che sembra un tramonto.

Sebastian si gode l'alba e le acque calde e immobili della laguna.

Un ultimo saluto a Black Coral e alle sue acque verdi e blu. Bisogna andare in ufficio!

15 luglio 2005


Sogni d'oro tra le nuvole in compagnia dell'inseparabile Rino (sotto le coperte)

Cronache di un viaggio verso il Pacifico

Giovedì. VENEZIA-AMSTERDAM. Il viaggio di ritorno a Pohnpei comincia in odor di scioperi, ma la KLM lavora imperterrita. In compenso inaugura la serie di gentili trattamenti di cui saremo oggetto con la scortesia – tutta italiana – dell’addetta al check-in che mi risponde malamente quando chiedo di spedire i bagagli direttamente a Pohnpei. “Ma signora! Troppi voli, tre compagnie diverse, non si può!” Mi viene qualche dubbio, ma non ho scelta. La compagnia ci imbarca in ritardo e poi ci tiene per 45 minuti dentro l’aereo fermo a motori spenti, senza aria condizionata. Grondiamo tutti come salsiccie sulla griglia e Sebastian seduto sulle mie ginocchia si rovescia addosso mezza bottiglia di succo. Fortuna vuole che il mio temporaneo compagno di sventura sia un fascinosissimo olandese brizzolato che aveva fatto girare la testa a tutte le signore in attesa di imbarcare. Altezza, muscoli e capigliatura a parte, l’uomo si dimostra gentilissimo e decisamente simpatico. Mosso a compassione per il viaggio che mi spetta, il gentiluomo ci offre alloggio (con moglie e figli) e trasporto nel caso in cui perdiamo la coincidenza ad Amsterdam.

Giovedì. AMSTERDAM-SINGAPORE. Corsa forsennata attraverso l’aeroporto. Arriviamo che hanno quasi chiuso le porte. Scopro che l’aereo è pienissimo e tutti i posti con spazio davanti sono già occupati da famiglie con bimbi piccoli. Sarò l’unica persona con un bambino ad avere un posto normale. Il che significa uno spazio irrisorio per due persone da condividere per 13 ore. Con la grazia che lo contraddistingue Sebastian riesce a dormire per quasi tutto il tempo di traverso sulle mie ginocchia e con la testa sul bracciolo. L’equipaggio in compenso non mi degna di uno sguardo, non mi aiuta, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa (un cuscino o una coperta in più per il piccolo? un po’ di latte? una mano?) e non risponde a nessuna delle mie tre chiamate con il pulsante dal sedile. Grazie KLM.

Venerdì. SINGAPORE-MANILA. Grazie alla cortesia della tipa scontrosa del check-in a Venezia ho due ore per sbarcare, passare l’immigrazione, ritirare i bagagli, cambiare terminal, rifare il check-in e imbarcarmi di nuovo. Il tutto, naturalmente, con passeggino e passeggero. Ma l’efficienza del posto – unita ad un’altra semi-maratona – permette questo ed altro. Scopro che naturalmente la tipa aveva torto e qualcosa si poteva fare per evitarmi questo brutale cambio... In compenso il volo compensa quello precedente: 1) voliamo Singapore Airlines, la migliore compagnia al mondo; 2) siamo in business class; 3) l’aereo è semivuoto. Hostess dalla bellezza mozzafiato vestite con lunghi abiti tradizionali trattano tutti come altezze reali. Per Sebastian hanno una borsa-regalo con pannolini, salviette, bavaglino e giochi. Imparano il suo nome e vengono a controllarci ogni dieci minuti. Finalmente in grado di allungare le gambe sui sedili che si trasformano quasi in letti, deposito il piccolo su un sedile libero e lí lo lascio a pisolare sui morbidissimi cuscini. E intanto mi godo un pranzo a quattro stelle con tanto di champagne, menù, e piatti e posate vere.

Venerdì. MANILA-GUAM. Un paio d’ore di sosta tra un volo e l’altro ci permettono di sgranchire le gambe. Mentre giriamo per l’aeroporto le hostess del volo precedente vedono Sebastian e deviano per venirlo a salutare. Queste bellezze orientali che sembrano tutte modelle se lo coccolano come se non avessero mai visto un bimbo in vita loro. Lui lancia sguardi maliardi e io divento una fan a vita della Singapore Airline. Dopo tanto dormire, però, il piccolo decide che è ora di darsi al moto. Per le tre ore e ½ del volo, mentre l’aereo è immerso nel buio e tutti dormono, Sebastian cammina imperterrito su e giù per il corridoio parlando ad alta voce, salutanto tutti, urlando “Bah” ad ignari viaggiatori mai visti prima per poi scoppiare a ridere. Incontrollabile, di ottimo umore, vittima di chissà quale dose naturale di endorfine e adrenalina, dopo aver svegliato mezzo aereo non mi resta che chiuderlo nel bagno con me. Imperterrito, continuerà a ridere istericamente fino all’arrivo a Guam.

Sabato. GUAM-POHNPEI. La fase euforica di Sebastian continua all’aeroporto, dove cammina da solo con grande sicurezza avendo cura di salutare tutti, commessi dei negozi compresi. Nessuno degli usuali intrattenimenti – video, libri, giochi – funziona. No, lui vuole socializzare e così passiamo le tre ore fino al volo finale. E per fortuna che al decollo si addormenta di nuovo!

Quando finalmente arriviamo a Pohnpei non mi pare vero! Le ultime fatiche – immigrazione, ritiro bagagli – sembrano irrisorie: tra pochi minuti saremo a casa! Ma... Matt non è all’aeroporto. Aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo. Sebastian vuole latte e piange. Alla fine chiamo un taxi che arriva a velocità tutta micronesiana – 45 minuti – e mentre usciamo dal parcheggio ecco arrivare Matt. Al suo sorridente “Ah, siete già arrivati” non rispondo nemmeno parlando. Ringhio. Da notare che a Pohnpei arriva un aereo al giorno. E lui a chi aveva chiesto l’orario di arrivo? Mica alla compagnia aerea, no al ministro dei trasporti in persona. Il quale essendo del posto propabilmente non conosce nemmeno il concetto di “arrivo in orario”. E infatti aveva risposto con un generico “dall’una alle due”. Argh! (Nota: il fatto che Matt abbia accettato la risposta senza fare una piega, lui che in America spacca il minuto, dimostra scientificamente gli effetti devastanti della vita su un’isola del Pacifico).

Ma alla fine ha saputo farsi perdonare. Sebastian non ci poteva credere di riavere il suo adorato papà e i due hanno passato la giornata a rotolarsi sul pavimento. E anch’io mi sono beccata la mia parte di coccole extra. Peccato che la gioia di essere a casa sia stata presto adombrata: Sebastian, vittima del jet-lag, ha scambiato il giorno per la notte. Non è il massimo andare al lavoro quando per tre notti di fila quando il tuo trottolino si sveglia all’una e gioca imperterrito fino all’ora di colazione. E quando ti ritrovi a guardare Dumbo alle 3 e mezza del mattino con qualcuno che vuole che tu dica “elefante” ogni volta che il protagonista compare sullo schermo – in media ogni 10 secondi – beh, a quel punto è impossibile non rimettere in discussione le gioie della maternità.