Se gli antichi abitanti di quest’isola avessero scritto una loro versione della Bibbia, il Primo Libro non potrebbe che narrare la storia di Sapkini e la creazione di Pohnpei. Impavido esploratore dei tropici, Sapkini credeva che all’orizzonte, «laggiù dove il cielo incontra il mare», vi fossero altre isole ancora da scoprire, e mondi che attendevano solo di essere rivelati. Selezionata così una ciurma di nove donne e sette uomini – tutti dotati di grandi capacità e ancor più utili poteri magici – Sapkini salpò verso quell’orizzonte. Ma quando giunse laddove cielo e mare si incontrano, non trovò nessuna delle terre misteriose che aveva immaginato. Solo un minuscolo atollo completamente spoglio, grande non più della sua stessa canoa, spuntava dalla vastità del mare. Impietosito dall’angustia di quel lembo di terra, Sapkini ricorse alla magia, facendo giungere da luoghi lontani rocce e terra e animali e piante e fiori d’ogni genere, accumulandoli fino ad ingigantire l’atollo e tramutarlo una vera e propria isola. Per proteggere le coste della sua creazione dalla forza del mare, Sapkini creò una barriera di coralli tutta intorno, e per ingraziarsi gli déi usò rocce e terra per costruire un grande pei, o altare di pietra. Fu così che la nuova isola prese il nome di Pohnpei, ovvero sopra – pohn – l’altare di pietra.
Sfatata quindi la leggenda che il nome sia in qualche modo da attribuire ad un pizzaiolo napoletano di passaggio, è impossibile non notare quanto Sapkini e i suoi si fecero prendere la mano nel ritoccare il piccolo atollo. Tutto a Pohnpei sembra eccessivo, incombente, indomabile. “Lussureggiante” è un termine che non rende giustizia al verde brillante, scuro ed intenso che copre questo spuntone di terra fino quasi a soffocarlo. Dalle coste coperte di mangrovie ai picchi dell’interno, l’isola è in tutto e per tutto una giungla, una versione isolana di foresta pluviale dove gli spazi aperti sono rari e preziosi, e si conquistano a fatica. Avere un giardino significa essere pronti ad uno stato di guerra quasi perenne, machete alla mano, contro l’inappagabile bisogno di terra che la natura manifesta incessantemente. I millenni hanno insegnato alla gente del posto la rassegnazione e il distacco. Le loro case rubano alla foresta il minimo indispensabile, si fondono con l’ambiente e ne assorbono i colori, la consistenza e l’impressionante capacità di sembrare nuove un giorno e in completo disfacimento quello successivo. Noi stranieri invece la rassegnazione e il distacco li impariamo con il tempo. Poco tempo. Al massimo qualche mese dopo essere arrivati – carichi di entusiasmo ed energia, decisi a sfidare gli elementi della natura e ad uscirne vincitori – diveniamo tutti, senza eccezioni, consapevoli di un paio di inoppugnabili dati di fatto: i nostri sforzi richiedono troppa energia per un clima così umido, troppo operosità per una cultura che viaggia a tempi assai diversi dei nostri e – nel caso si voglia far fare il lavoro ad altri – decisamente troppi soldi.
La realtà, tuttavia, non sarebbe poi tanto estrema se non fosse per un fattore altamente determinante: a Pohnpei piove. Decisamente tanto. È così che la natura prospera furiosa e incontrollabile. Nel cielo sempre in movimento si agitano nuvoloni grigi carichi di pioggia che in una sorta di punizione dantesca sembrano incapaci di liberarsi una volta per tutte dei loro fardelli. E così, giorno dopo giorno, anelli di una catena di montaggio che conosce rare pause e nessuna vacanza, scaricano sulla capitale ben 495 cm di acqua l’anno. Cinque metri. Un’enormità, tenuto conto che le più piovose città europee arrivano ad una novantina di centimetri. Ben poco, tuttavia, se paragonato ai picchi dell’interno, che con più di 10 metri di pioggia annui sono uno dei posti più bagnati del pianeta. Insomma, non è che l’altare di pietra costruito da Sapkini per ingraziarsi gli déi sia poi servito a molto, dato che su Pohnpei gli déi scaricano acqua dal cielo in media 300 giorni all’anno. Detta così sembra quasi una tragedia. Eppure con 26 gradi e 80-90 percento di umidità giornalieri, nei giorni di cielo terso si sente la mancanza di un bell’acquazzone. Tale è il piacere di un po’ di frescura, per quanto effimera, che nessuno usa gli ombrelli e nessuno si ripara quando piove. Si rimane a chiacchierare come nulla fosse, gli occhiali da sole sul naso, tanto in pochi minuti tutto passa, torna il sole e l’asciutto, il verde brilla un po’ di più e il mare, laggiù, oltre le case e le mangrovie, è di un azzurro che fa male a guardarlo. E se vi sono mesi, in realtà, in cui le piogge sono più scarse, la differenza a malapena si nota. Per dirla con le parole di uno straniero da anni residente sull’isola: «L’anno scorso la stagione secca credo che fu un martedì».
Eppure le divinità del posto qualcosa in cambio lo hanno concesso. Hanno fatto di Pohnpei una terra di superlativi, per lo meno all’interno degli Stati Federati della Micronesia. Su quei sterminati 2,6 milioni di km quadrati di Oceano Pacifico (quasi la superficie degli Stati Uniti) su cui affiorano, «come una manciata di piselli gettati al vento», più di 600 tra isole e atolli, questa è la terra con la maggiore superficie – ben 334 kmq su un totale di appena 705 kmq – con le montagne più alte, le valli più profonde, la strada più lunga, la popolazione più numerosa e, allo stesso tempo, la maggior area non abitata del paese. Ma gli déi le hanno concesso anche altri privilegi. Quello di essere bellissima. Intensa. Opulenta. E quello di essere ricca. Ricca di storia, perché Pohnpei è un sito archeologico di straordinaria importanza. E ricchissima di cultura e tradizioni, con i suoi cinque regni, un sistema sociale che è un articolato intrico di gerarchie, titoli e relazioni, e un complesso legame con la terra che per secoli ha determinato leggi, costumi, guerre e matrimoni, e che ancora oggi è il perno attorno a cui tutto ruota.
Eppure negli ultimi tempi gli déi hanno perso un pò di smalto. Un tempo fiera, potente e indipendente, Pohnpei è ora, dopo 110 anni di dominazione straniera, la capitale di un paese in cerca del suo posto tra le nazioni moderne. Questo però è un mondo di regole scritte con in mente ben altro che isole sperdute nel Pacifico. Nazione senza uguali – immensa e piccolissima al tempo stesso, senza partiti politici, senza esercito, ricca solo dell’incomparabile bellezza dei suoi luoghi e della straordinaria pescosità del suo mare – la Micronesia vive con indifferenza il suo limitato benessere e con fierezza l’assenza dei conflitti che sembrano affliggere il resto del pianeta. Ma doversi adattare ai duri principi che governano il resto del mondo la intristisce e la confonde, come una vecchia signora perplessa di fronte ai costumi delle nuove generazioni. La sua gente si rammarica senza lamentarsi, augurandosi che il resto del mondo continui ad ignorarla come in fondo ha fatto per secoli. E sperando, forse, che per una volta l’altare di pietra funzioni e gli déi siano un po’ più benevoli che in passato. O un po’ più efficienti.
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